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2023/09/03

(AGG 2023/09/05) Recensione: Vyzov (Вызов), il film russo girato nello spazio. Missili, propaganda e spogliarelli

Pubblicazione iniziale: 2023/09/03 20:00. Ultimo aggiornamento: 2023/09/05 16:35.

È finalmente in circolazione online al di fuori della Russia, non ufficialmente, il film Vyzov (Вызов), ossia Sfida, il film russo girato in parte nello spazio. Vista la situazione internazionale, è difficile recensirlo obiettivamente, visto che è uno strumento di propaganda di un regime che ha invaso un altro paese bombardando la popolazione civile e sta commettendo ricatti e omicidi. Mi limito quindi a segnalare i suoi aspetti tecnici e le immagini che possono interessare le persone appassionate di spazio, perché è pur sempre il primo lungometraggio girato professionalmente nello spazio da attori e tecnici professionisti.

Ho raccontato alcune fasi della produzione e promozione del film in articoli precedenti: uno, due, tre. In sintesi, a ottobre 2021 l’attrice Yulia Peresild e il regista Klim Shipenko sono stati portati a bordo della Stazione Spaziale Internazionale dal cosmonauta Anton Shkaplerov (compagno di volo di Samantha Cristoforetti nel 2014-15), usando una navicella russa Soyuz (la missione MS-19), e vi sono rimasti per dodici giorni per effettuare le riprese della parte spaziale del film, tornando il 17 ottobre con la missione Soyuz MS-18. Il film è uscito nei cinema russi ad aprile 2023.

Procurarsi una copia di Vyzov non è stato facile: visto che almeno per ora non circola nei soliti circuiti di scambio e che abbonarsi dall’Europa a un servizio di streaming russo a pagamento è a dir poco complicato per via dell’embargo e della barriera linguistica, alla fine ho dovuto iscrivermi a dei feed RSS russi e imparare il cirillico quanto bastava per riconoscere il titolo del film nell’elenco dei file disponibili e per capire quale fosse il link giusto per scaricarlo senza finire tempestato da offerte di malware, contenuti senza veli e altre cose del genere.

Il passo successivo è stato reperire una versione dotata di sottotitoli, che ho dato in pasto a DeepL Pro, ottenendo qualcosa di passabile sia in inglese, sia in italiano, con qualche errore macroscopico (tipo quando qualcuno dice che una ragazza è stata accoltellata in un occhio ma in realtà ha preso un cazzotto) ma comunque con una qualità sufficiente a capire almeno i dialoghi di base del film, dai quali emergono alcune chicche inaspettate.

Il film dura ben due ore e 43 minuti, ma se vi interessa vederlo solo per i suoi contenuti tecnici potete saltare tranquillamente il primo quarto d’ora, che contiene solo scene spaziali realizzate in grafica digitale (sia pure di ottima qualità) e qualche breve scena di assistenza medica (recitata) girata realmente nello spazio, e definisce il contesto della storia. Qui sotto, dopo l’allerta spoiler, elenco i minutaggi delle scene tecnicamente interessanti.

In sintesi e senza spoiler:

  • Il film è realizzato molto bene, con un livello di qualità assolutamente paragonabile a quello di una grossa produzione europea o statunitense, una fotografia curata, un montaggio attentamente pianificato, una protagonista molto fotogenica, e soprattutto con tantissime riprese del centro di addestramento per cosmonauti in Russia e del poligono di lancio, con immagini spettacolari del decollo di una Soyuz che credo non si siano mai viste prima in questa qualità e con queste angolazioni, e con moltissime scene recitate e girate molto professionalmente a bordo della Stazione.
  • Nel film compaiono anche estesamente alcuni cosmonauti veri, inseriti sapientemente in ruoli che non richiedevano grandi capacità recitative, ad eccezione di Shkaplerov, che ha una bella parte e se la cava piuttosto bene (ma a quanto pare è stato doppiato).
  • La trama è scontata e prevedibile e ha vari momenti di irritante implausibilità tecnica in stile Gravity o The Martian (il film, non il libro) che sarebbe stato perfettamente possibile evitare; c’è la spalla comica, c’è la storia teen (Boris insegna), c’è la storia d’amore, il Dramma Personale nel Passato che fa comodo per caratterizzare rapidamente il personaggio e creare empatia, la crisi che si risolve dopo qualche colpo di scena, e c’è anche una dose abbondante di misoginia e sessismo, anche se la protagonista è una donna, che oltretutto di mestiere fa il chirurgo ed è anche molto quotata per le sue capacità professionali. Ma la società russa è molto maschilista, e si vede. Tutte le posizioni di potere sono in mano a uomini e alla fine è un uomo che le fornisce l’idea giusta che risolve la crisi ed è un uomo che fa da mentore alla protagonista.
  • A questo proposito, ci sono ben due spogliarelli svestizioni di Yulia Peresild in assenza di peso che faranno sicuramente la gioia di chi apprezza le grazie femminili ma sono assolutamente gratuiti nella trama e sono girati con uno stile, come dire, un po’ tanto compiaciuto. Non è Showgirls nello spazio, per carità, ma siamo lontani dalle eleganti e simboliche capriole in canotta di Sandra Bullock in Gravity (fatte però in assenza di peso simulata, non in orbita per davvero come queste).
  • Con l’eccezione di una singola scena nella Cupola (che appartiene alla sezione statunitense della Stazione ed è stata fabbricata in Italia), viene mostrata esclusivamente la piccola e claustrofobica sezione russa della Stazione e tutte le riprese interne sono realizzate nei suoi spazi angusti; dal punto di vista del film, è come se gli altri vani della ISS, ben più spaziosi e molto meno spartani, non esistessero. I partner europei non vengono menzionati; gli americani vengono citati solo per prenderli in giro dicendo che loro riciclano l’urina per ottenerne acqua potabile. Nessun riferimento al fatto che sulla Stazione ci sono anche colleghi europei, giapponesi o statunitensi; nessun accenno ai veicoli Dragon. Autarchia pura.
  • Il resto del mondo non esiste: non viene neppure menzionato il fatto che il poligono di lancio usato dalla Russia per raggiungere la Stazione oggi sta in Kazakistan, non in Russia (per via della dissoluzione dell’Unione Sovietica), e che i cosmonauti atterrano sempre in Kazakistan. Però la protagonista ha palesemente un iPhone, viene citato di sfuggita Elon Musk e le auto che circolano nelle scene sulla Terra sono occidentali.
  • C’è anche una bizzarra nota di complottismo lunare: uno dei protagonisti a un certo punto si lamenta che la distanza massima mai raggiunta dagli esseri umani nello spazio è 400 chilometri, dimenticandosi completamente delle missioni umane sulla Luna, che hanno raggiunto i 400 mila chilometri di distanza dalla Terra (non è un errore di traduzione; subito dopo il personaggio dice che la massima distanza umana è come quella fra due città russe). Eh, ma sono missioni americane, e farebbero capire al pubblico quanto è grezzo e arretrato il programma spaziale russo, fermo ancora all’orbita terrestre per quanto riguarda i voli con equipaggi, quindi immagino che sia meglio non parlarne.
  • Il film merita per le sue abbondantissime riprese fatte nello spazio; per il resto, è un fumettone propagandistico che scimmiotta le produzioni occidentali in un “vorrei ma non posso” che per noi è evidente ma di cui probabilmente i comuni spettatori russi non hanno modo di rendersi conto.

ALLERTA SPOILER: Da qui in poi rivelo molti dettagli della trama, per cui se non volete spoiler, non leggete oltre.

Il film inizia con questa scritta. Speravo in un messaggio profondo o trionfale, ma Google Lens mi dice che è solo una dicitura che mette in guardia contro le rappresentazioni di consumo di tabacco che abbondano nel film e sono nocive per la salute.

La storia inizia con un cosmonauta, “Oleg Bodanov” (interpretato dal vero cosmonauta Oleg Novitsky), che viene ferito gravemente durante una “passeggiata spaziale” all’esterno della Stazione Spaziale Internazionale (ISS). La causa della lesione è presa di peso da Gravity: una collisione fra satelliti ha causato uno sciame inatteso di detriti spaziali, che ora sono in rotta verso la Stazione. Viene quindi pianificata una manovra d’emergenza per spostare la Stazione dalla traiettoria dei detriti, ed è necessario effettuarla subito, mentre due cosmonauti sono all’esterno.

Il risultato è che Oleg, invece di aggrapparsi con cavo e moschettone a uno dei tanti appigli esterni durante la manovra e starsene buono, fa lo scemo, perde tempo e finisce per essere strattonato e sballottato dall’accelerazione della Stazione, che è assurdamente violenta: le vere manovre della Stazione sono infinitamente più delicate, anche perché uno scossone come quello mostrato nel film solleciterebbe eccessivamente le strutture a sbalzo estremamente leggere e flessibili della ISS.

Tutti gli screenshot di questo articolo sono in 4K: potete cliccarvi sopra per ingrandirli.

La premessa che causa la ferita di Oleg è insomma tecnicamente implausibile (e non è che l’inizio delle implausibilità di questo film), ma se non altro il tipo di ferita (conseguente a un impatto contro una parte non tagliente della Stazione) è scelto astutamente dal punto di vista della produzione per evitare di avere spargimenti di sangue a zero g, che sarebbero impraticabili da realizzare sulla ISS e costosissimi da creare bene in grafica digitale.

Oleg rientra a bordo malconcio, aiutato dal collega (il cosmonauta reale Peter Dubrov): ha un trauma interno che richiede un intervento chirurgico, che i cosmonauti non sono addestrati a fare. Un ritorno sulla Terra è fuori questione, perché il polmone collassato di Oleg non gli permetterebbe di rientrare a terra vivo. L’unica alternativa è inviare di corsa un chirurgo sulla Stazione. Peter, intanto, effettua una piccola incisione a Oleg per contenere il danno polmonare.

Oleg passa gran parte del film così. Ogni tanto tossicchia. Recitazione richiesta: zero.

Inizia così la valutazione del da farsi, naturalmente in gran segreto, perché siamo in Russia: Elena Belyaeva (Yulia Peresild), che abbiamo visto agire brillantemente in sala operatoria, viene convocata solo come consulente, mentre i suoi colleghi maschi partecipano pienamente.

Le scene di interesse spaziale iniziano finalmente a 0:17:50, dopo la parentesi (assolutamente saltabile) per la storia teen e per la presentazione della vita quotidiana di Elena e del suo interesse sentimentale per un collega. Finalmente, dicevo, si arriva a una sede di Roscosmos. O almeno quella che viene spacciata per la sede di Roscosmos, perché in realtà gli interni sfarzosi sono quelli dell’Edificio 1 del Sanatorium di Voronovo, a una quarantina di chilometri da Mosca (elencato in Wikipedia fra le location delle riprese usando questa fonte) e visibile in Google Maps. Anche gli esterni sono quelli del Sanatorium (fonte; fontefonte). 

Per carità, anche la sede della NASA in The Martian era finta e megagalatticamente più grandiosa di quello che è in realtà, ma almeno The Martian era ambientato nel futuro e possiamo ancora sperare che gli attuali edifici piuttosto blandi, in stile campus universitario degli anni Sessanta, verranno migliorati. In questo film, invece, siamo nel presente.


L’insegna dice “Centro spaziale nazionale”.

Questo è l’esterno del Sanatorium di Voronovo:



Fonti: Archi.ru; Yandex.

Gli interni sono quelli del Sanatorium; non sono quelli della vera sede di Roscosmos.


Queste sono foto del Sanatorium:



Durante la riunione medica, al tavolo siedono solo uomini (a parte l'assistente del Grande Medico Capo, che sta zitta). Yulia, dalla periferia della sala dove è relegata, fa un commento professionale, come medico, e succede questo:

La donna ha aperto bocca, come osa?

Segue un altro siparietto di vita terrestre, con un flashback al Dramma di Famiglia che tormenta Yulia, e intanto gli uomini arrivano alla conclusione che si deve mandare nello spazio un chirurgo. Inizia così la selezione dei chirurghi da mandare alla ISS, tutti naturalmente uomini. Siamo a 28 minuti dall’inizio.

A 0:35:00 circa Oleg Bogdanov parla dalla Stazione: sembra doppiato, e in effetti IMDB dice che la sua voce è fornita da Aleksandr Ustyugov). Non ha un microfono, e manca completamente il forte rumore ambientale che caratterizza la Stazione. Sospetto che molte delle scene parlate a bordo della Stazione che si vedranno in seguito siano state ridoppiate.

A 0:37:00 facciamo visita al mock-up (replica in scala 1:1) della parte russa della ISS. Arriva Anton Shkaplerov, con il suo vero nome e cognome. Anche lui sembra doppiato (secondo IMDB, è effettivamente doppiato da Dmitry Kozelsky). La spalla comica offre agli altri lo spunto per battutine sulla toilette e per un accenno al riciclo dell’acqua nel segmento statunitense, come se fosse una cosa patetica e primitiva di cui i russi non hanno bisogno.


Segue una lunga fase di selezione dei candidati e di scelta della posizione chirurgica (come girare il paziente e dove improvvisare un tavolo operatorio). A 0:42:00 circa la spalla comica cita per nome Elon Musk. Molte riprese all’interno del mock-up. Interessante anche il sistema operativo sul computer usato da Yulia, che punta a roscossmos.ru (con due S), mentre il dominio reale è Roscosmos.ru.


Ennesimo siparietto-flashback, poi un momento comico (beh, si fa per dire) quando il Grande Capo Vladimir si manifesta telefonicamente per mettere a posto tutto.


Shkaplerov partecipa con Yulia/Yelena a una scenetta comico-esplicativa che serve per chiarire agli spettatori che tipo di intervento dovranno fare, usando un pezzo di pollo.


Finalmente, dopo quasi un’ora di film, a 0:51:30, iniziano i voli a zero g con l’apposito aereo per microgravità usato dai russi (un Ilyushin Il-76). Le riprese sono molto interessanti e autentiche, ad eccezione di un paio di inquadrature esterne dell’aereo fatte in grafica digitale.


A 1:00:00 arriviamo alle prove di resistenza nella centrifuga. Si vedono bene i dettagli del suo funzionamento (sembra biposto). Yulia è presente, ma non viene invitata a fare la prova, fino a che il Sagace Mentore le offre l’occasione, che supera brillantemente. Le riprese sembrano autentiche, a giudicare dalla deformazione del viso. Del resto, Peresild ha dovuto fare davvero l’addestramento da passeggera cosmonauta per fare questo film e quindi ha dovuto fare davvero qualche giro in centrifuga.

Normalmente la centrifuga non ha i faretti e il fumo per fare atmosfera.

A 1:09:30 circa, uno dei protagonisti fa un commento molto strano sul fatto che la distanza massima mai raggiunta dall’uomo nello spazio è (sarebbe) 400 chilometri. Non è un errore di traduzione, visto che paragona questa distanza a quella che separa Mosca da San Pietroburgo (se ho capito bene). Complottismo strisciante o banale desiderio di ignorare i successi ben maggiori delle imprese spaziali degli Stati Uniti?


A 1:11:10 assistiamo a magnifiche riprese in 4K del roll-out di un lanciatore Soyuz, che viene portato alla rampa di lancio. Il giro intorno alla rampa dall’alto con un drone e la ripresa del sollevamento del razzo con una telecamera montata in cima al razzo stesso compensano il tedio dell’ora abbondante che è già passata.


Nel frattempo, Yulia è stata scelta come cosmonauta da inviare nello spazio, ovviamente senza che lei lo possa dire a nessuno, ed è già sull’autobus che la porta alla rampa. Addestramento? Preparazione alla gestione delle emergenze? Non servono.

A 1:13:00 c'è anche la proverbiale fermata lungo la strada per fare pipì contro la ruota dell’autobus, come fece Gagarin (ma lei non partecipa; Anton sì, ma non vengono mostrati o spiegati i dettagli).


A 1:16:00 finalmente si va nello spazio! Le riprese del lancio sono davvero spettacolari: un buon minuto di puro space porn reale. I fotogrammi qui sotto non rendono giustizia. La scenetta della telefonata di mamma mentre stanno decollando si poteva anche evitare; rovina la serietà e la bellezza del momento. In compenso le facce che fa Anton sono un capolavoro.


Dopo una breve parentesi di immagini digitali miste a riprese reali per mostrare l’arrivo alla Stazione, iniziano le riprese a bordo della ISS, che sono l’elemento fondamentale del film; tutte, però, sono fatte nella sezione russa, che è fortemente claustrofobica.

Anton spiega la toilette (1:25:00 circa).
Sulla parete della sezione russa ci sono le americanissime salviettine umidificate Huggies.
Yulia sa muoversi a zero g istantaneamente, non ha la minima nausea e ha pure trovato il tempo di truccarsi prima di salire a bordo della ISS.

Qui comincia la parte veramente interessante del film. Le riprese a bordo sono tante, costruite bene, con un filo logico: si vede che c’è stata una pianificazione attenta della continuity e che la sezione russa è stata messa abbondantemente a disposizione della produzione. Klim Shipenko, regista e cameraman (mandato anche lui nello spazio), fa un gran bel lavoro di inquadratura, di illuminazione e di movimenti macchina, e viene fatto sparire completamente grazie alla grafica digitale (altrimenti lo si vedrebbe riflesso qua e là, per esempio nelle visiere riflettenti delle tute spaziali).

L’illuminazione scelta attentamente esalta il soggetto.

Da qui in poi, a parte qualche scena non essenziale sulla Terra, il resto del film si svolge nello spazio, per davvero, con tutti i dettagli dell’intervento chirurgico, dell’accrocchio concepito da Yelena per ancorarsi al pavimento della Stazione, delle operazioni di soccorso di Oleg e del successivo rientro. Non posso fare a meno di notare l’incredibile silenzio a bordo: avranno spento la ventilazione per le riprese, o hanno ridoppiato tutti? Non si vedono microfoni in giro, e l’audio è fin troppo pulito.

Strane posizioni per dormire. Eppure sulla ISS ci sono le cuccette, anche nella sezione russa.
Oleg alle prese con una scena impegnativa dal punto di vista recitativo.

Il primo spogliarello arriva a 1:48:00 circa. Non c’è alcun motivo logico per cui Yulia non possa operare tenendo addosso la T-shirt e i pantaloni che porta ma debba invece assolutamente cambiarsi davanti ai colleghi, restando lungamente in mutande e reggiseno.

Inizia l’operazione.
Ah, no, aspetta, in maglietta non posso operare! Ho assolutamente bisogno di spogliarmi per mettere il camice apposito!
E siccome abbiamo fretta lo faccio qui davanti a tutti...
... ma lo faccio con una serie di pose plastiche...
...usando il quasi controluce per esaltare le mie forme. Sandra Bullock, mangia la mia polvere, io l'ho fatto davvero a zero g.
“Korolev aveva ragione”. Su cosa? Sulle difficoltà di raggiungere la Seconda Velocità Cosmica? Sull’N-1?
Ah no, è il momento della Battutina Sessista Messa in Bocca al Cattivone®, così facciamo capire che siamo progressisti: “Lo spazio non è per le donne” (1:58:00).
Un piccolo tributo a Sergei Korolev.

Per facilitare i cultori, dico subito che il secondo strip, altrettanto gratuito e prolungato, è a 2:12:00 circa.

Eh, ma allora è un vizio.
Non ci fosse stato l’embargo, avrei indossato Victoria’s Secret. Invece mi tocca indossare Vladimir's Fetish.
Prima di rivestirmi, un’occhiatina fuori dal finestrino ci sta bene.

Finalmente, a 2:22:00 circa, si vede un pezzo della grande parte non russa della Stazione, con una visita di Yulia/Yelena alla Cupola come premio per il successo dell’intervento e per distrarla dall’emozione del Grande Dramma Familiare che è riaffiorato.

Finalmente nella Cupola.
Gli astronauti e i cosmonauti tengono gli stessi indumenti per una settimana, ma io mi sono cambiata i vestiti di nuovo, qualcosa in contrario?
Strano effetto a pois sul sensore della telecamera.
Anton sfoggia una felpa rosa con la disinvoltura del cosmonauta che ha visto tutto, ha fatto tutto e non teme nulla.

Fin qui andrebbe anche bene, anche con il siparietto di Yulia (non si sa bene perché in canotta, e truccatissima per tutto il tempo, persino durante l’intervento) che manda soldi alla mamma dallo spazio usando il suo iPhone, simbolo dell’occidente degenerato e capitalista (a 2:12:00). Boh.

Sono partita in fretta e furia, ma ho miracolosamente portato con me un vasto assortimento di canotte.
Tutti gli astronauti vestono sempre così nei loro momenti di relax a 28.000 km/h, perché?

Ma il momento The Martian, quello in cui dopo tutti gli sforzi di realismo fatti fin qui il regista sente inspiegabilmente e ingiustificabilmente il bisogno di mandare tutto in vacca mostrando una scemenza finale che stride con tutto il resto, arriva subito dopo, a 2:24:00, quando i cosmonauti offrono a Yulia di fare una passeggiata spaziale clandestina.

Già così è abbastanza assurdo proporre a) una EVA clandestina, come se il Controllo Missione non si accorgesse di una depressurizzazione dell’airlock b) una EVA a una persona che non ha fatto il benché minimo addestramento apposito e potrebbe vomitare dentro la tuta per le vertigini e soffocarsi c) far finta che non sia necessario un lungo periodo di preparazione fisiologica prima di qualunque EVA. Ma Yulia decide che l’assurdo non basta e bisogna raggiungere il ridicolo. Infatti che fa? Va a prendersi un vestito lungo e lo indossa per entrare nella tuta. Niente sotto-tuta refrigerante, senza la quale dovrebbe schiattare per surriscaldamento in pochi minuti dentro la tuta. 

Ovviamente questa EVA è realizzata in grafica digitale. A Roscosmos non sono stati così scellerati da fargliela fare davvero.

Casualmente mi sono portata un vestito da sera, metti che ci sia da andare da qualche parte.
La tuta per l’EVA.
Allora stasera si esce? Chi viene con me?
Una gonna lunga è l’indumento perfetto da indossare dentro una tuta spaziale che ha i pantaloni. Il rumore in sottofondo è il facepalm degli addetti alle tute spaziali di tutto il mondo. Nota tecnica: la visiera è probabilmente rifatta digitalmente per nascondere l’operatore con la videocamera.
Una EVA? Clandestina, prima che se ne accorgano? Senza prima fare precondizionamento o adeguare la pressione? Senza sotto-tuta refrigerante? Perché no? Matt Damon s’è tagliato un dito della tuta spaziale per fare un getto d'aria e volare come Iron Man, in The Martian. Problemi?
Tengo la faccia in pieno sole, tanto non mi acceca e non mi scotta, anche se quassù è più intenso che in alta montagna. La visiera dorata è per gli sfigati.

Ci sono anche i festeggiamenti a zero g, perché Oleg si è ripreso...

Si gioca.
Anton ci sta prendendo gusto.
Festeggiamenti volanti.

... e poi si passa al rientro sulla Terra, e alla fine c’è il classico vissero felici e contenti sotto l’amorevole occhio di Putin.

Rientro.
Atterraggio morbido (secondo la definizione russa di “morbido”).
Estrazione dalla capsula.
Di nuovo sulla Terra. Alcune riprese dell’atterraggio sono state effettuate durante il vero atterraggio della missione MS-18 con Peresild, Novitsky e Shipenko (AP).

Ecco qualche altro screenshot scelto.

“Mamma, guarda! Una Buran! Ricordo di un’era in cui avevamo un vettore gigante (Energia) e costruivamo spazioplani capaci di atterrare automaticamente su una pista, invece di volare ancora con un veicolo concepito sessant’anni fa che ci fa volare pigiati come sardine e ci fa schiantare nella steppa.“ “Zitta, qui è pieno di microfoni, se ti sentono ti mandano a collaudare le mine antiuomo in Ucraina.”
Chissà come si dice badass in russo.
Il vero effetto speciale del film. Anche con tutte le agevolazioni del caso, Yulia Peresild ha superato la selezione e l’addestramento di base da cosmonauta, e il rischio di un volo spaziale e di un rientro violento come quello sulla terraferma della Soyuz l’ha affrontato davvero. Tanto di cappello.

2023/08/31

Podcast RSI - Quando l’intelligenza artificiale dà voce a chi non ce l’ha

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

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[CLIP: Dialogo fra Ann e il suo partner]

Quella che avete sentito non è la classica conversazione fra un utente e il suo assistente vocale. La voce femminile che risponde non è quella standard di Alexa, Siri o Google: è quella, sintetica, di Ann, una donna che ha perso la capacità di parlare in seguito a un ictus ma che ora può di nuovo comunicare a voce semplicemente pensando di parlare, grazie a una rete di sensori applicati al suo cervello e grazie all’intelligenza artificiale, che è l’unica tecnologia capace di interpretare la complessa attività dei neuroni e tradurla in suoni usando oltretutto la voce originale della persona.

È una delle tre storie di intelligenza artificiale che dà voce a chi non ce l’ha della puntata del primo settembre 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Le altre due riguardano l’idea di usare l’intelligenza artificiale per decodificare il linguaggio degli animali e uno strano esperimento di collage acustico in cui la voce di Elvis Presley, morto nel 1977, canta le parole di Baby Got Back di Sir Mix-A-Lot, classe 1992, sulle note di Don’t Be Cruel, classe 1956. Lasciamo stare un momento il perché di una creazione del genere, perché è molto più importante il come, che potrebbe decidere le sorti di tutto il mondo musicale nei prossimi anni.

Benvenuti. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

L’IA che ridà la voce captando le parole pensate

Restituire la voce a chi l’ha persa per malattia è ora possibile, perlomeno in alcuni casi specifici. Lo annunciano, con molta dovuta cautela, due articoli scientifici (A high-performance speech neuroprosthesis; A high-performance neuroprosthesis for speech decoding and avatar control) pubblicati sulla prestigiosa rivista Nature, che raccontano le storie di Ann e Pat, due donne che avevano perso la capacità di parlare a causa della scleròsi laterale amiotrofica e di un ictus. Entrambe hanno una caratteristica particolare: non possono più articolare parole, ma ricordano perfettamente come si fa.

Ann e Pat si sono offerte volontarie per farsi impiantare dei sensori che rilevano l’attività dei neuroni delle aree del cervello associate ai movimenti facciali. Quando pensano di parlare, questi sensori captano i segnali di questa attività immaginata e li passano, attraverso un connettore, a un computer sul quale gira un software di intelligenza artificiale che li interpreta, riconoscendo i movimenti pensati, e poi riconosce anche quali suoni verrebbero prodotti da quei movimenti. Questi suoni, o fonemi, vengono infine convertiti in parole, che nel caso di Pat vengono mostrate su uno schermo, mentre nel caso di Ann vengono pronunciate da un sistema di sintesi vocale che usa campioni della sua voce tratti dal video del suo matrimonio e pilota un avatar digitale su uno schermo.

I risultati sono notevolissimi. Pat è in grado di comunicare alla velocità media di 62 parole al minuto e Ann arriva a 78, stracciando i record precedenti dei vecchi sistemi, che si fermavano a circa 15 parole al minuto. Per fare un paragone, una conversazione vocale normale procede a circa 160 parole al minuto, come il podcast che state ascoltando. Fra l’altro, i loro pensieri privati sono al sicuro: il software funziona solo quando Pat e Ann immaginano specificamente di parlare.

[Video: https://www.youtube.com/watch?v=iTZ2N-HJbwA]

Le apparecchiature presentate dai ricercatori in questi articoli sono ingombranti e richiedono alcuni mesi di addestramento, oltre a un delicato intervento chirurgico per impiantare i sensori, che poi tendono a spostarsi e richiedono frequenti ricalibrazioni, e il tasso di errore è ancora significativo. Ma l’idea stessa che basti ascoltare i segnali elettrici di meno di trecento neuroni per riconoscere una funzione complessa come parlare, e che sia possibile usare il software di intelligenza artificiale per decodificare questi segnali e captare parole pensate, è assolutamente affascinante e promettente. Il principio, impensabile dieci anni fa, è stato ormai dimostrato in pratica; ora si tratta di perfezionare e miniaturizzare questa tecnologia.

[Fonti aggiuntive: UCSF.edu; Ars Technica]

Si può usare l’IA per capire i linguaggi degli animali?

Ormai da qualche tempo i vari software di intelligenza artificiale sono in grado di fornire traduzioni automatiche passabili da una lingua all’altra, almeno per i concetti elementari, espressi senza ambiguità, e da sempre chi ha un rapporto stretto con un animale ne riconosce i suoni caratteristici e viceversa molti animali hanno dimostrato di riconoscere una vasta gamma di suoni emessi da noi umani e di avere un sistema di comunicazione sofisticato.

Sarebbe possibile usare l’intelligenza artificiale per creare un traduttore che capisca per esempio il gattese, il delfinese o il cincese? Sì, perché le cince, a quanto risulta dalle ricerche, hanno una comunicazione sonora incredibilmente complessa e flessibile, e ce l’hanno anche i cani delle praterie, con vocalizzi specifici per comunicare concetti complessi come “la donna con la maglietta blu è tornata”.

A prima vista insegnare a un’intelligenza artificiale un linguaggio animale non sembra un problema insormontabile. Esistono software di traduzione fra lingue umane straordinariamente differenti per suoni o struttura, come il cinese e l’islandese, e il metodo tipico di addestramento di un’intelligenza artificiale consiste in sostanza nel prendere tantissimi dati di una lingua e dell’altra, quello che si chiama in gergo un corpus, e poi lasciare che il software trovi gli schemi e le correlazioni. Il successo esplosivo dei traduttori automatici, dopo decenni di fallimenti dei software di traduzione basati su vocabolari e regole di sintassi e grammatica, è dovuto in gran parte a questo approccio: dai a un’intelligenza artificiale un corpus di qualche petabyte di dati e ti tirerà fuori qualcosa di interessante. E procurarsi qualche milione di ore di registrazioni di “conversazioni" di gatti, delfini o cince non sembra particolarmente difficile.

Ma in realtà non è così semplice. Per addestrare un modello linguistico servono anche altri due elementi. Il primo è una comprensione almeno elementare delle correlazioni fra le due lingue: un cosiddetto corpus parallelo, una sorta di Stele di Rosetta che faccia da ponte e indichi come si dice per esempio “cibo”, “sole”, “pericolo” nelle due lingue. Senza questo corpus parallelo l’intelligenza artificiale può riuscire lo stesso a fornire traduzioni accettabili, ma con molta più fatica.

Il secondo elemento è la cosiddetta struttura concettuale latente. Come spiega Noah Goodman, professore di psicologia, informatica e linguistica alla Stanford University in una recente intervista a Engadget, nel tradurre da una lingua umana a un’altra diamo per scontato che certi concetti, come per esempio “uomo” o “donna”, esistano in entrambe. Non possiamo darlo per scontato nelle lingue degli animali, per i quali magari la distinzione fra uomini e donne è irrilevante come lo è per noi la differenza fra alligatori e coccodrilli, e senza questa struttura concettuale il problema si complica.

Tuttavia c’è una speranza: se i suoni degli animali vengono registrati in modo multimodale, ossia includendo anche il contesto, con informazioni come le condizioni ambientali, l’ora e il periodo dell’anno, la presenza di prede o predatori, allora è possibile usare l’intelligenza artificiale come ponte linguistico fra umani e animali. Lo si sta già tentando per esempio con i delfini, raccogliendo le posizioni relative dei singoli esemplari insieme ai loro suoni, e un esperimento del 2017 è riuscito a decodificare tramite l’intelligenza artificiale il lessico abbastanza limitato delle conversazioni delle scimmie note come callìtrice o marmosetta con un’accuratezza del 90 per cento.

Ma per il momento in generale i dati a disposizione sono troppo pochi e le risorse di calcolo scarseggiano. Nel prossimo futuro aumenteranno inevitabilmente, per cui la sfida è solo rinviata e chi sperava di portarsi a casa un collarino o un’app che traducesse esattamente cosa sta cercando di dirci Fido o Felicette dovrà aspettare ancora un bel po’.

Il vero problema, non tecnico, è che forse non abbiamo molta voglia di sentirci dire dagli animali cosa pensano di noi e di quello che facciamo a loro.

I cantanti clonati con l’IA non sono sotto il vincolo del copyright?

[CLIP: “Elvis” canta Baby Got Back, https://www.youtube.com/watch?v=IXcITn507Jk]

La voce è quella di Elvis Presley, la musica è quella del suo brano classico Don’t Be Cruel del 1956, ma le parole sono quelle di Baby Got Back, un brano di Sir Mix-A-Lot che risale al 1992, quindici anni dopo la morte di Elvis.

Ovviamente il Re del Rock’n’Roll non può aver previsto i testi di Sir Mix-A-Lot e quindi la sua voce deve essere stata sintetizzata. Ma di preciso come si fa a ottenere un risultato del genere? Avrete già intuito che c’è di mezzo l’intelligenza artificiale, ma c’è anche moltissimo lavoro umano, e questo è molto importante per il futuro della musica in generale.

Il brano interpretato dal finto Elvis Presley è stato realizzato da Dustin Ballard, titolare del canale YouTube There I Ruined It e non nuovo a ibridazioni musicali di questo genere. Per prima cosa ha dovuto registrare il brano cantando lui stesso, con la sua voce, imitando lo stile ma non le tonalità di Elvis, e poi ha dato questa registrazione in pasto a un particolare modello di intelligenza artificiale dedicato alla conversione delle voci cantate, che è diversa dalla conversione del parlato. La parte strumentale, invece, è stata realizzata in una comune applicazione per la composizione di basi musicali.

Il convertitore, però, ha bisogno di campioni accuratamente selezionati della voce che deve produrre, e quindi è necessario prima di tutto procurarsi una serie molto ampia di registrazioni di alta qualità di quella voce, isolate dagli strumenti musicali di accompagnamento, cosa non proprio facile da ottenere. Su Discord ci sono comunità dedicate specificamente alla creazione di modelli vocali di persone famose, e Dustin Ballard ha usato uno di questi modelli, realizzato da Michael van Voorst, per la sua canzone dimostrativa.

Il risultato può piacere o non piacere, ma dimostra molto chiaramente che oggi è possibile creare a basso costo versioni di canzoni interpretate da voci sintetiche ispirate a quelle di cantanti celebri del passato o del presente, con tutte le implicazioni legali che ne conseguono. È abbastanza intuitivo che sia illecito o almeno discutibile usare la voce di qualcun altro senza il suo permesso, ma è meno intuitivo il paradosso del fatto che questa versione sintetica è libera di circolare, mentre quella originale, quella Don’t Be Cruel del 1956, è vincolata dal copyright e se tentate di condividerla su YouTube verrà bloccata dai filtri antipirateria su ordine della Universal Music Group. Rischiamo di essere sommersi dai cloni canori gratuiti, usabili senza problemi su YouTube o TikTok, mentre gli originali a pagamento sono sotto chiave e finiscono in disuso perché i video che li usano anche solo in sottofondo a una festa vengono bannati.

L’esperimento di Dustin Ballard rivela anche un’altra questione sulla quale ci sarà molto da discutere: il ruolo dell’intervento umano nelle creazioni sintetiche di questo genere. Il mese scorso una giudice federale statunitense ha stabilito che le illustrazioni generate dall’intelligenza artificiale, come per esempio quelle di Midjourney, non possono essere protette dalle leggi sul diritto d’autore, perché in queste produzioni manca completamente la mano umana. “La creatività umana è il sine qua non al centro della tutelabilità tramite copyright”, ha scritto nella sentenza.

Ma nel caso dell’Elvis sintetico la mano umana c’è eccome, e c’è anche la voce umana usata come punto di partenza, oltre alla scelta creativa di abbinare quella voce a quel brano e a quel testo. E nelle immagini sintetiche c’è l’intervento umano, che consiste nel comporre il testo del prompt, ossia della serie di istruzioni date all’intelligenza artificiale per guidarla nella generazione dell’immagine.

Per esempio, è un atto creativo sufficiente chiedere a un software di generare un’illustrazione dicendogli “Fai un dipinto di Tom Cruise vestito da marinaretto, a figura intera, mentre cavalca un unicorno pezzato muscoloso e rampante, sotto la pioggia, nello stile di Caravaggio”? In fin dei conti, contiene una serie di scelte umane forse discutibili ma sicuramente ben precise, un po’ come un collage prende pezzi di opere altrui ma li rimonta secondo le scelte del suo ideatore.

Immagine generata dalla versione gratuita di Stable Diffusion con il prompt “A painting of Tom Cruise dressed as a sailor riding a muscular rampant dappled unicorn in the rain, in the style of Caravaggio”.
Immagine generata da Lexica.art con lo stesso prompt.
Immagine generata da Bing Image Creator con lo stesso prompt.
Immagine generata da DALL-E con lo stesso prompt.

Dove stia il limite non è ancora chiaro, ma i tribunali verranno chiamati sempre più spesso a deciderlo, man mano che le possibilità offerte dall’intelligenza artificiale si estenderanno. In attesa di queste decisioni, non ci resta che ascoltare un’altra delle creazioni, se così è lecito chiamarle, di Dustin Ballard e del suo software: la voce sintetizzata e inconfondibile di Johnny Cash che canta Barbie Girl a modo suo.

[CLIP di “Johnny Cash” https://www.youtube.com/watch?v=HyfQVZHmArA]

[Qualche altro esempio extra podcast, se questo non vi è bastato]

Pranzo dei Disinformatici 2023: tutti i dettagli per partecipare il 16 settembre alle 13

Foto di gruppo dal Pranzo 2022, giusto per ricordarvi che siamo Gente Seria e Morigerata.

La data e l’ora si sapevano già dall’annuncio di giugno (16 settembre, ritrovo ore 13, inizio mezz'ora più tardi), ma ora ho ricevuto il placet del Sempiterno Maestro di Cerimonie, Martino, per comunicarvi tutti i dettagli: se vi interessa partecipare e informarvi sui dettagli (il costo, per esempio, dovrebbe essere intorno ai 40 euro a testa), scrivetegli a martinobri chiocciola outlook.it, indicando nome e cognome, eventuale nick utilizzato su questo blog e provenienza.

Anche quest’anno la Cena dei Disinformatici è in realtà un Pranzo: abbiamo visto che è un orario decisamente più pratico per tutti e soprattutto per chi viene da lontano.

Il Luogo Segreto ove si terrà il Lauto Pranzo verrà comunicato ai partecipanti: è comunque in zona Milano. I complottisti verranno filtrati all’ingresso usando l’infallibile Test della Monetina sul Braccio Vaccinato.

Come consueto, per la foto di gruppo a fine Pranzo verranno distribuiti i Censurex® 3000.

Ci vediamo!

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2023/09/15 17:00. Martino mi scrive che è tutto confermato per domani. Gli iscritti hanno comunque già ricevuto una mail apposita. Saremo in 36 e mezzo (c'è un bambino), più tre in forse. 

2023/08/29

Oggi carica gratuita in tutti i Supercharger Tesla europei. Anche per auto di altre marche. Chiamatemi quando le aziende petrolifere regaleranno carburante

Ci sono case automobilistiche che spendono milioni in campagne pubblicitarie per esaltare gli attributi più inutili dei loro veicoli sempre più ingombranti, e ci sono case automobilistiche che non spendono nulla in pubblicità ma spendono soldi in altre cose che fanno parlare dei loro prodotti. Oggi Tesla offre cariche gratuite in tutte le sue colonnine rapide Supercharger europee, comprese quelle compatibili con auto di altre marche (qualunque auto con connettore di ricarica standard CCS può usarle). L’occasione è il decennale dell’installazione dei primi Supercharger europei, in Norvegia.

Chiamatemi quando troverete una rete di distributori che offre carburante gratis (tasse, accise e IVA incluse). Intanto non dimenticate che tutti quei bei poster pubblicitari, quei compensi da favola a calciatori e tennisti già strapagati, li pagate voi quando comprate l’auto e ogni volta che andate al distributore. Se potete, cambiate.

Questi sono i dettagli pubblicati da Tesla (grazie a Vaielettrico per averli segnalati):

Tesla Supercharger anniversary in Europe

Free charging for all EVs on August 29, 2023

To celebrate 10 years of Tesla Charging in Europe Tesla will organise a 1-day promotion event during which all Superchargers in the following markets will be providing charging services for free: Austria, Belgium, Croatia, Czech Republic, Denmark, Finland, France, Germany, Greece, Hungary, Iceland, Ireland, Israel, Italy, Liechtenstein, Luxembourg, Netherlands, Norway, Poland, Romania, Slovakia, Slovenia, Spain, Sweden, Switzerland, United Kingdom.

Charging session must be started between 09.00 CEST and 23h59 CEST the latest.

The event is organised by Tesla’s local entities operating Superchargers in the listed markets (Tesla).

No purchase necessary.

The event is open to Tesla owners and the non-Tesla owners with and without membership and customers paying via Chargemap in France. Photography and filming of the event will be taking place for promotional purposes. Please let the photographer onsite know if you do not wish to be photographed or filmed.

Tesla reserves the right to hold void, suspend, cancel, or amend all or any part of the event where it becomes necessary to do so. Any changes to these terms and conditions, or cancellation of the event, will be posted on the Tesla website.

2023/08/26

Chi c’è nello spazio? Aggiornamento 2023/08/26: 14 persone

Stamattina (ora italiana, 9:27 CEST) quattro astronauti sono partiti dal centro spaziale Kennedy in Florida, diretti alla Stazione Spaziale Internazionale, a bordo di una capsula Crew Dragon (la Endurance) lanciata da un vettore Falcon 9 di SpaceX. Il primo stadio del vettore è tornato al punto di lancio ed è atterrato sulla terraferma alla vicina base spaziale militare di Cape Canaveral.

I quattro astronauti sono Jasmin Moghbeli (NASA, comandante), Andreas Mogensen (ESA, pilota), Satoshi Furukawa (JAXA, specialista di missione) e Konstantin Borisov (Roscosmos, specialista di missione). Mogensen è il primo astronauta europeo a ricoprire il ruolo di pilota di una Crew Dragon. Questi sono i loro profili, riportati dal comunicato stampa NASA (in inglese):

This is Moghbeli’s first trip into space since her selection as a NASA astronaut in 2017. The New York native earned a bachelor’s degree in aerospace engineering with information technology at the Massachusetts Institute of Technology in Cambridge, and a Master of Science in aerospace engineering from the Naval Postgraduate School in Monterey, California. Moghbeli, a helicopter and Marine Corps test pilot, has more than 150 combat missions and 2,000 hours of flight time in over 25 different aircraft. She also is a graduate of the U.S. Naval Test Pilot School in Patuxent River, Maryland. As mission commander, she is responsible for all phases of flight, from launch to re-entry. She will serve as an Expedition 69/70 flight engineer aboard the station. Follow @astrojaws on X.

Mogensen was selected as an ESA astronaut in 2009 and became the first Danish citizen in space after launching aboard a Soyuz for a 10-day mission to the space station in 2015. Mogensen is from Copenhagen, Denmark. He completed undergraduate studies and received a master's degree in aeronautical engineering from Imperial College London in England before gaining his doctorate in aerospace engineering from the University of Texas at Austin. Mogensen has since served as a crew member for NASA Extreme Environment Mission Operations undersea missions 17 and 19. Mogensen was the European astronaut liaison officer at NASA Johnson from 2016 to 2022, working as a capsule communicator for astronauts aboard the station and as ground support for spacewalks. As the pilot on Crew-7, he is responsible for spacecraft systems and performance aboard the station, he will serve as an Expedition 69 flight engineer and Expedition 70 commander. Follow @astro_andreas on X.

Furukawa is making his second trip to space, having spent 165 days aboard the space station as part of Expeditions 28 and 29 in 2011. Furukawa is from Kanagawa, Japan, and was selected as a JAXA astronaut in 1999. He is a physician and received his medical degree from the University of Tokyo, and later a doctorate in medical science from the same university. Furukawa served as a crew member on the 13th NEEMO mission, and later, was appointed head of JAXA’s Space Biomedical Research Group. Aboard the station, he will become a flight engineer for Expedition 69/70. Follow @astro_satoshi on X.

Borisov is making his first trip to space and will serve as a mission specialist, working to monitor the spacecraft during the dynamic launch and entry phases of flight. He entered the Roscosmos Cosmonaut Corps as a test cosmonaut candidate in 2018 and will serve as a flight engineer for Expedition 69/70.

Il numero di persone presenti nello spazio è ora 14. Bowen, Hoburg, Alneyadi e Fedyaev torneranno sulla Terra tra qualche giorno.

Crew Dragon e Stazione Spaziale Internazionale (4+7)

Jasmin Moghbeli (NASA) (dal 2023/08/26)

Andreas Mogensen (ESA) (dal 2023/08/26)

Satoshi Furukawa (JAXA) (dal 2023/08/26)

Konstantin Borisov (Roscosmos) (dal 2023/08/26)

Francisco Rubio (NASA) (dal 2022/09/21)

Sergei Prokopyev (Roscosmos) (dal 2022/09/21, attuale comandante della Stazione)

Dmitri Petelin (Roscosmos) (dal 2022/09/21)

Stephen Bowen (NASA) (dal 2023/03/02)

Warren Hoburg (NASA) (dal 2023/03/02)

Sultan Alneyadi (UAE) (dal 2023/03/02)

Andrey Fedyaev (Roscosmos) (dal 2023/03/02)

Stazione Nazionale Cinese (3)

Jing Haipeng (dal 2023/05/30)

Zhu Yangzhu (dal 2023/05/30)

Gui Haichao (dal 2023/05/30)

Fonti aggiuntive: Whoisinspace.com.

2023/08/25

Podcast RSI - Story: Come hackerare un satellite legalmente, e perché

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite feed RSS, iTunes, Google Podcasts e Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

Nota tecnica: Le dichiarazioni degli intervistati sono state rimontate solo per chiarezza e brevità. Le interviste sono state effettuate via Zoom e il loro testo è stato trascritto inizialmente usando Whisper per poi rivederlo manualmente.

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Il video della premiazione alla DEF CON. A 6:20 viene fatto l’annuncio della vittoria. A 34:30 viene mostrata l’immagine catturata.

[CLIP: “Congratulations to team Mhackeroni”]

Siamo a Las Vegas, ed è il 13 agosto 2023. L’annuncio che avete appena sentito non riguarda la premiazione di qualche artista musicale emergente. I vincitori sono degli informatici, e sono stati appena premiati per aver preso il controllo di un satellite militare. Questi informatici fanno parte di un gruppo di hacker etici italiani che si fa chiamare “Mhackeroni”.

Questa è la storia di come è possibile hackerare legalmente un satellite in orbita, senza finire in carcere ma anzi ricevendo un premio, ed è anche la storia di come e perché si fa un hackeraggio del genere, raccontata con l’aiuto di due dei protagonisti diretti.

Benvenuti alla puntata del 25 agosto 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Ogni anno a Las Vegas si tiene la DEF CON, una delle più famose conferenze di sicurezza informatica internazionali. Dal 2020 la DEF CON include Hack-A-Sat, una sfida che consiste nel violare i sistemi di sicurezza informatica di un satellite e prenderne il controllo. Negli anni passati questa sfida si è svolta in un ambiente simulato, oppure usando un esemplare fisico di satellite ben fermo sulla Terra, sul tavolo degli organizzatori.

Ma quest’anno l’obiettivo è comandare un satellite reale e operativo, che sta orbitando intorno alla Terra.

Prima che a qualcuno venga il panico perché immagina una sfida fra hacker sconsiderati che si mettono a pasticciare con i tanti satelliti che volteggiano sopra le nostre teste, rischiando magari di farli precipitare o di scatenare una guerra mondiale, vale la pena di chiarire che non c’è nessun pericolo di questo genere. Ce lo spiega Mario Polino, ricercatore al Politecnico di Milano, dove si occupa di sicurezza informatica. Polino è il capitano di Mhackeroni, il gruppo che ha vinto pochi giorni fa il primo premio di questa sfida.

POLINO: Il controllo principale del satellite è rimasto sempre comunque agli organizzatori. Ed è stato progettato in modo che comunque loro fossero in grado di recuperarne il controllo e quindi in ogni caso la quantità di danni che potevano essere fatti erano estremamente limitati, mi verrebbe da dire praticamente zero. Ci sono una serie di precauzioni che sono state prese, per esempio non ha modo di spostarsi di orbita attivamente, quindi anche qualora tu avessi il controllo di quel satellite non puoi spostarlo, mandarlo a schiantarsi da qualche parte, non è fisicamente possibile. Quello di cui avevamo controllo era per esempio l'assetto, quindi provare a ruotarlo per puntarlo in una direzione o l'altra, poi a bordo aveva una fotocamera, dove potevamo scattare delle fotografie, che sono relativamente innocue, e non c'era niente che poteva in qualche modo rendere il satellite un pericolo.

Notate che Mario Polino parla di “satellite”, al singolare. Il bersaglio spaziale della sfida Hack-a-Sat, infatti, è molto specifico. Si chiama Moonlighter ed è stato costruito e lanciato nello spazio appositamente per questa competizione informatica, che è gestita congiuntamente dall’Aeronautica militare e dalla Space Force degli Stati Uniti. Ed è per questo che il tentativo di violare i sistemi informatici di questo specifico satellite è non solo legale ma è addirittura incoraggiato e premiato dai militari che hanno lanciato Moonlighter.

Moonlighter è un cubesat che ha una massa di circa 5 kg e misura 34 x 11 x 11 cm. Con i pannelli solari aperti misura 50 x 34 x 11 cm. È fabbricato dalla Aerospace Corporation in collaborazione con il US Space Systems Command e l’Air Force Research Laboratory. È entrato in orbita, portato dalla missione CRS-28 di SpaceX, il 5 luglio 2023 ed è stato rilasciato dopo una breve visita alla Stazione Spaziale Internazionale (Spaceforce.mil).

La sfida Hack-A-Sat è insomma completamente diversa dagli attacchi informatici non autorizzati ai satelliti, come quello che ha colpito le stazioni a terra del sistema di trasmissione dati satellitare Viasat a fine marzo 2022, all’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, e ha usato i satelliti di Viasat per iniettare malware nei modem degli utenti. Hack-A-Sat serve a studiare come prevenire questi attacchi: è una sorta di esercitazione militare che coinvolge anche i civili. A patto di essere fra i civili capaci di fare queste cose, s’intende.

Come si diventa hacker satellitari

Ma come si fa a partecipare a una competizione internazionale del genere, e come si viene invitati? È più semplice di quanto verrebbe spontaneo pensare: nessuna visita a casa da parte dei Men in Black, nessuna indagine di polizia sui candidati, e pochissima burocrazia. Viene semplicemente pubblicato su Internet un annuncio, insieme a un regolamento, e se si vuole si partecipa liberamente alle selezioni preliminari.

POLINO: Nella community esistono delle liste di competizioni, e quindi fra le competizioni c'era questa, che aveva un nome interessante. Poi esplorando la competizione sembrava molto divertente, perché era diversa, aveva un tema diverso.

Superare le selezioni, però, non è facile, come racconta Dario Petrillo, studente magistrale all’università La Sapienza a Roma e membro di Mhackeroni dal 2018.

PETRILLO: È molto diretta la cosa, iscrivi il team sulla piattaforma, quando ci sono le qualifiche, fai le qualifiche. Nel nostro caso ci siamo organizzati, ci siamo visti tutti quanti in presenza al laboratorio NECST, al Politecnico di Milano. I primi tre anni non passi, perché è quello che è successo a noi. Però poi, quando effettivamente vai abbastanza bene in classifica, passi alla fase successiva e ti organizzi per le finali. Non è molto complesso partecipare, è più complesso risolvere le challenge.

Se si superano le challenge, ossia le prove di qualifica, le regole sono sorprendentemente semplici anche quando si arriva a manipolare il satellite.

POLINO: Esiste un regolamento che è implicitamente accettato quando si partecipa alla competizione e la cui violazione implica la squalifica. Per le qualifiche non c'è nessun danno che può essere fatto, non c'è accesso al satellite, sono delle challenge messe a disposizione su dei server a disposizione per la competizione, quindi non c'è rischio in quel caso. Per la finale, invece, in cui abbiamo avuto accesso al satellite, comunque non ci sono stati grandi passaggi formali, praticamente la lista dei nomi dei partecipanti, che abbiamo fornito a loro. In realtà è molto semplice partecipare.

Mario Polino e Dario Petrillo parlano di challenge, di prove informatiche da superare. Ma in cosa consistono esattamente queste prove? È come nei film, dove c’è immancabilmente da scoprire all’ultimo secondo la password del satellite per salvare il mondo dai cattivi? Beh, una volta tanto, in un certo senso sì.

POLINO: C'era una challenge sulla password del satellite [ride], quella con cui abbiamo vinto tra l'altro, però è un pochino più complesso. Prima di accedere a un satellite ci sono n layer di comunicazione, con n livelli di cifratura, e quindi la password del satellite di per sé come nel film non esiste, ok? Esistono delle password che proteggono alcuni tipi di accesso e una delle challenge era trovare la password.

Il programma che fa la verifica si trova sul satellite; quello che abbiamo fatto, che bisognava fare, sostanzialmente era sfruttare le tempistiche di computazione per il calcolo della password. Sostanzialmente, quando hai due password e devi verificare che sono uguali, un modo sbagliato per scrivere il confronto è quello di verificare, carattere per carattere, se le due password sono uguali. Questa verifica cambia il tempo di esecuzione in base al numero di caratteri corretti che hai trovato finora. Si può provare il primo carattere e contare il tempo di computazione. Appena il tempo di computazione diventa un po' più lungo, vuol dire che il primo carattere è stato indovinato e puoi passare a cercare il secondo.

Questa cosa sui laptop normali si fa e non è neanche troppo difficile e lì la challenge è stata farla sul satellite, con un processore di cui avevamo pochissime informazioni, quindi non potevamo testarlo, praticamente con pochissimi tentativi, perché il numero di finestre, il numero di comandi che riuscivamo a mandare erano estremamente limitati.

C’è anche un altro esempio di queste challenge che sembra preso di peso dalla finzione cinematografica: prendere il controllo della telecamera a bordo del satellite, puntarla in modo da inquadrare una zona precisa della Terra, far scattare un'immagine e scaricarla.

Cose da James Bond, con la differenza che Bond non saprebbe neanche da che parte cominciare, perché per queste cose non servono muscoli esuberanti e battutine seducenti, ma matrici di orientamento e quaternioni, come spiega Dario Petrillo:

PETRILLO: Sembra una stupidaggine, in realtà puntare un satellite non è per niente banale, perché siamo dovuti impazzire dietro a quaternioni, matrici di orientamento e così via. Avevamo un ragazzo nella squadra che fa questo, studia, credo, aerospaziale; questa cosa ci ha salvato. Infatti abbiamo ottenuto una foto che non ha preso i punti, purtroppo, perché era di poco fuori. L'obiettivo era quello di avere uno di questi punti importanti al centro della foto. Bisognava essere entro 100 chilometri di distanza, noi eravamo a 150. Siamo la squadra che ci è andata più vicina, però, quindi di questo comunque sono contento.

A queste difficoltà matematiche si sono aggiunte quelle fisiche: ben diversamente da quello che accade di solito nella finzione narrativa, attaccare un satellite reale, non più simulato ma in volo nello spazio a circa 28.000 chilometri l’ora, comporta tutta una serie di restrizioni.

Il banco di prova a 28.000 km/h

PETRILLO: Avevamo quattro ground station, quindi quattro antenne sparse sulla superficie della Terra, che potevamo utilizzare. Quando il satellite era sopra una di queste antenne ci si poteva parlare, quando il satellite era da qualche altra parte, buio completo. È capitato di avere una finestra di 12 ore in cui il satellite non era raggiungibile.

Dodici ore non sono poche, considerato che il tempo complessivo a disposizione per l’attacco era circa due giorni, e gli imprevisti non sono mancati.

PETRILLO: Nel primo giorno abbiamo avuto varie finestre di comunicazione. La prima purtroppo l'abbiamo persa, perché non ci siamo organizzati bene, non avevamo i comandi pronti in tempo, il satellite è passato e non gli abbiamo mandato nulla. E poi abbiamo avuto altre quattro o cinque finestre nella prima giornata, in cui abbiamo effettivamente mandato comandi, ricevuto risposte e ottenuto i primi punti. Il secondo giorno ha avuto due finestre in cui insomma eravamo più organizzati, abbiamo mandato tutto quello che avevamo.

Passare dalla simulazione teorica di laboratorio alla realtà è stato insomma un bel banco di prova, che ha permesso di ricreare realisticamente e comprendere meglio i limiti, i tempi e le pressioni psicologiche di un attacco effettivo di una forza ostile.

Lanciare un satellite appositamente per una competizione tra informatici di tutto il mondo può sembrare un metodo molto complicato e costoso per fare ricerca e una forma di apertura molto insolita per un’organizzazione militare. Non sarebbe sufficiente far tentare un attacco a un gruppo di propri militari esperti mentre un altro gruppo fa difesa, come si fa nelle esercitazioni militari tradizionali? No, e Mario Polino spiega perché è necessario coinvolgere persone esperte esterne:

POLINO: Allora, l'obiettivo in generale è quello di avvicinare la community hacking alla community space; sono due mondi abbastanza diversi, con dei mindset abbastanza diversi e abbiamo tanto da imparare l'un l'altro. Ci sono delle vulnerabilità che sono o state osservate in passato o sono l'idea di qualcuno che pensa che possa succedere, quindi viene implementata la challenge con questo task, con questa idea, e poi si osserva come un gruppo di hacker, di persone molto motivate, riescono a sfruttare quella vulnerabilità e che cosa riescono ad ottenere. La parte interessante è che può succedere che il modo con cui si risolve la challenge non è quello atteso da chi l'ha sviluppata.

E infatti la validità di questo approccio è stata dimostrata quando il gruppo Mhackeroni ha fatto qualcosa che gli organizzatori non si aspettavano. Ce lo spiega Dario Petrillo:

PETRILLO: È successo per una challenge; l'obiettivo era quello di far pensare al satellite di essere in una posizione diversa da quella in cui era, corrompendo i dati che gli arrivavano dal GPS. La nostra soluzione è stata quella di mandare dei comandi particolari al ricevitore GPS in modo da fargli trasmettere una posizione completamente sbagliata. La soluzione degli organizzatori era più complessa.

Mario Polino aggiunge dei dettagli che chiariscono perfettamente cosa voglia dire “mindset diversi”, culture informatiche differenti, e spiegano perché questo tipo di competizione sia così utile: un aggressore vede sempre le cose in modo differente da un difensore e spesso trova soluzioni che il difensore non avrebbe nemmeno immaginato.

POLINO: L'idea degli organizzatori era modificare la calibrazione e poi fare un sacco di conti complessi per arrivare al risultato [ride]. Il GPS in realtà ti permetteva di entrare in modalità demo e impostare i numeri che volevi tu e tutti quanti hanno fatto la seconda, ovviamente.

E così un gruppo di hacker etici italiani si è portato a casa il primo premio della competizione; al secondo posto si è piazzata una squadra polacca e al terzo è arrivato un gruppo statunitense. Qual è la lezione generale che ci si porta a casa dopo una sfida del genere, e che implicazioni ha per noi comuni mortali questo duello digitale?

POLINO: La competizione di per sé ha messo in risalto il fatto che se sei un'azienda, una nazione, che sviluppa un satellite, devi tener conto di quali sono le potenziali vulnerabilità e come gestirle. Non che non lo facessero già prima, ma è difficile avere una visione d’insieme di sistemi molto complessi. Quindi quando si mette una persona esterna a guardare sistemi complessi troverà il modo più semplice per ottenere il risultato. La mia speranza è che questo tipo di approccio, di avere una persona esterna che guarda le cose per ottenere risultati, sia sempre più utilizzato anche in questo contesto, anche perché il satellite va su, gli aggiornamenti sono molto limitati, quando hai un sistema che sta in piedi per vent'anni bisogna fare un po' più di attenzione.

Gioia e curriculum

Lasciando da parte un momento il risultato tecnico, c’è anche un risvolto emotivo non trascurabile nel partecipare a un vero hackeraggio satellitare in competizione con altre squadre. Che effetto ha fatto ottenere risultati in un ambiente reale sui membri del gruppo Mhackeroni?

POLINO: Sono tutti entusiasti del risultato, ovviamente. Io, onestamente [ride], faccio ancora fatica, nonostante sia passata almeno una settimana, a realizzare [ride] quello che abbiamo fatto. Durante la competizione, in realtà, noi abbiamo giocato due competizioni in parallelo, quindi abbiamo saputo della vittoria mentre eravamo completamente presi dall'altra competizione, ed eravamo increduli. Abbiamo chiesto conferma più volte [ride] per essere sicuri del risultato, perché eravamo comunque presi dall'altra competizione. Vedi passare una foto in cui siamo primi e dici "Ma è vera questa roba? Qualcuno ha fatto un fotomontaggio". Poi, quando abbiamo confermato che era reale, siamo esplosi e [abbiamo] cominciato a saltare di gioia.

E oltre alle emozioni ci sono anche i benefici professionali. Poter mettere nel proprio curriculum di aver superato le difese di un satellite militare statunitense non è da tutti, e queste competizioni servono proprio per stimolare nuovi talenti. Mario Polino e Dario Petrillo andranno in giro a dire “Ciao sono Mario, ciao sono Dario, nella vita facciamo gli hacker di satelliti”?

POLINO: Il diritto di fare branding di questa cosa ce lo siamo guadagnati, quindi [ride] io lo dirò. D'altra parte, almeno io personalmente, continuo con il mio lavoro. Già un po' mi… avevo iniziato a interessarmi alla security dei satelliti di per sé, quindi è un altro tassello rispetto alle cose che già facevo prima.

PETRILLO: Beh, diciamo, anche per me, alla fine adesso riprende un po' il lavoro alla tesi oppure altre competizioni e così via, però ogni tanto c'è la cosa di "ho hackerato un satellite" che fa scena.

E quindi via, verso nuove avventure informatiche. L’anno prossimo ci sarà quasi sicuramente un’altra gara Hack-A-Sat. Se qualcuno che ascolta questo podcast vuole provarci, adesso forse ha le idee più chiare su come funziona una competizione di questo genere, come ci si accede e cosa ci si fa concretamente. In bocca al lupo!

Fonti aggiuntive: The Register, Wired.it, Cybersecurity News, Politico.

2023/08/23

(AGG 2023/08/26 15:25) Tentativo di allunaggio indiano con Chandrayaan-3. Aggiornamento: allunaggio morbido riuscito e rover attivato

Ultimo aggiornamento: 2023/08/26 15:25.

13.52. È cominciata poco fa la diretta in streaming dell’ente spaziale indiano ISRO per il tentativo di allunaggio della sonda Chandrayaan-3.

14:34. L’India ce l’ha fatta: è diventata il quarto paese ad atterrare con successo sulla Luna (dopo Unione Sovietica, Stati Uniti e Cina). La sonda ha effettuato un allunaggio morbido relativamente vicino (circa 600 km) al Polo Sud lunare, il primo in assoluto di qualunque paese in questa zona estremamente interessante della Luna. Un risultato notevolissimo. Le antenne del Deep Space Network della NASA a Canberra, in Australia, stanno ricevendo telemetria dal veicolo.

La sonda è composta da un modulo fisso di atterraggio, denominato Vikram, e da un rover semovente, chiamato Pragyan. Il veicolo resterà operativo, secondo i piani, per circa 14 giorni terrestri, pari a un giorno lunare (nel senso del periodo di illuminazione solare ininterrotta dall’alba locale al tramonto locale, formalmente un ).


Immagine non confermata del suolo lunare ripreso dalla sonda atterrata.

18:05. ISRO ha pubblicato ufficialmente un’immagine acquisita dalla telecamera di atterraggio dopo l’arrivo sulla superficie lunare. Si vede una zampa di Vikram e l’ombra della zampa stessa.

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2023/08/25 13:15. L’ISRO ha pubblicato il video della discesa del rover Pragyan dal veicolo principale. Si notano le ombre estremamente lunghe e l’inclinazione quasi verticale del pannello solare, visto che il Sole è appena sopra l’orizzonte.

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2023/08/26 15:25. L’ISRO ha pubblicato un breve video che mostra lo spostamento del rover Pragyan.

2023/08/22

Schianto della missione lunare Luna-25, ne ho parlato a Radio3 Scienza

Come avrete probabilmente letto, la sonda lunare russa Luna-25 si è schiantata sulla superficie lunare invece di atterrarvi, dopo una manovra orbitale errata. È uno smacco non solo tecnologico ma anche politico per la Russia, che con la scelta del nome Luna e del numero progressivo 25 ha cercato di rievocare i successi dell’epoca sovietica presentando questa sonda come ideale continuazione delle sonde Luna degli anni 60 e 70. Luna-24, la missione precedente in termini di numero, risale a 47 anni fa, quando la Russia era ancora Unione Sovietica e al potere c’era Breznev.

Trovate tutti i dettagli della sonda e dei motivi per cui il suo volo si è concluso con un impatto sulla Luna presso Reuters, Astronautinews.it e Astrospace.it. Ne ho parlato brevemente con Marco Motta a Radio3 Scienza ieri; spero che si senta qualcosa e che le mie risposte siano state sensate, perché l’audio era bassissimo e sentivo una parola sì e due no del conduttore. Potete riascoltare la trasmissione qui; ne parliamo nei primi dieci minuti.

Domani dalle 13:50 italiane sarà il turno dell’India di tentare un allunaggio con la sua sonda Chandrayaan-3 dotata di un rover. La diretta dell’agenzia spaziale indiana ISRO sarà su YouTube qui a partire da quell’ora, per un allunaggio previsto 40 minuti più tardi.

2023/08/17

Come sta andando la traduzione di “Carrying the Fire”? Qualche esempio di drammi traduttivi

Pubblicazione iniziale: 2023/08/17 9:57. Ultimo aggiornamento: 2023/08/18 11:20.

Che meraviglia avere un dubbio tecnico sui computer degli allunaggi e farselo chiarire da chi ha creato quei computer. È successo stamattina, in una mail. Il bello di Internet.

I donatori di Carrying the Fire, la traduzione in italiano dell’autobiografia dell’astronauta lunare Michael Collins resa possibile dal crowdfunding e dalla collaborazione con l’editore Cartabianca Publishing, avranno una bella sorpresa.

I complottisti queste gioie non sanno manco cosa siano.

Ieri la traduzione collettiva del libro (circa 182.000 parole) ha superato una tappa importante: oltre la metà del testo è già riveduta e chiusa e nelle mani dell’editore, e ora si corre con cautela verso la chiusura dei capitoli rimanenti, già tutti tradotti ma in attesa di revisione.

Poi ci sarà la fase di rilettura, perché dopo aver reso fedelmente il senso del testo bisogna anche staccarsi dall’originale quanto basta per rendere scorrevoli e idiomatiche le frasi. Seguiranno la bozza di stampa e la preproduzione dei gadget per i donatori, e tutto dovrebbe essere pronto in tempo per farvi avere questa storia straordinariamente umana abbondantemente prima di Natale.

Ci siamo trovati a dover tradurre le cose più impensabili in un testo di astronautica: dalla geologia all’ittiologia, passando per il campo minato della poesia (di Collins e altrui) e dei refusi rimasti annidati per cinquant’anni nel testo originale e da decifrare per renderli in italiano. I giochi di parole, poi, sono un rompicapo che speriamo di aver risolto dignitosamente.

Stavo pensando di pubblicare qui alcuni degli appunti di traduzione per darvi un’idea (senza spoiler) del processo di scelta, molto spesso sofferta e dibattuta per giorni, di come rendere modi di dire, doppi sensi e riferimenti culturali che per un lettore di oggi non avrebbero alcun senso. Se la cosa vi interessa, ditemelo nei commenti.

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2023/08/18 17:00. Nei commenti e su Mastodon sono arrivate parecchie dichiarazioni di interesse dopo la pubblicazione iniziale di questo post, per cui ecco a voi una prima infornata di note e dilemmi di traduzione. Troverete le soluzioni nel libro.

Se Collins sbaglia, che facciamo?

A un certo punto Collins, nella prefazione all’edizione più recente, parla del nuovo veicolo spaziale “Blue Dragon”, ma non esiste nessun veicolo con questo nome. Esiste l’azienda aerospaziale Blue Origin (quella di Jeff Bezos) e SpaceX ha una capsula di nome Dragon. Collins ha messo insieme le due cose.

In un altro punto, Collins parla di due aerei, il “Sabrejet” e il “Seadart”, ma in realtà questi aerei si chiamano rispettivamente Sabre (lo storico F-86) e Sea Dart. Ha sbagliato i nomi (o meglio, nel caso del Sabre, mi dicono dai commenti, ha usato il nome non ufficiale in voga all’epoca).

Nel citare il celeberrimo discorso lunare di Kennedy dimentica una parola fondamentale, space: "No single space project in this period...".

Nel raccontare gli esami medici degli astronauti, parla di medial malleous, ma malleous non esiste: è malleolus. In un altro punto parla dell’aereo dei fratelli Wright, uno degli aerei più importanti della storia, chiamandolo Flier. Con la I.

Parlando di geologia, Collins cita un “Valles Crater” nel New Mexico che non esiste. Intendeva forse la Valles Caldera? Poi dice che la formula della turchese (la pietra, che è femminile) è “CuAL6(OH) 8 (PO4) 4.4H2O”. Ma è sbagliata. La grafia corretta è CuAl6(PO4)4(OH)8·4H2O. Ci insospettisce inizialmente quell’“AL” tutto maiuscolo, e così ci tocca verificarla tutta con un docente di chimica (grazie Gigi) prima di accusare un astronauta di aver commesso una sfilza di errori.

Parliamo di spazio, che andrà meglio no? Ma a un certo punto Collins parla di un “rotational hand controller”. Che però non esiste nel veicolo di cui sta parlando, che ha solo una manopola di traslazione (translational hand controller) e una di assetto (attitude hand controller). A quale delle due intendeva riferirsi? 

Eccetera, eccetera.

Che facciamo? Correggiamo i suoi refusi ed errori, ma così creiamo piccole infedeltà di traduzione? Li lasciamo per fedeltà all’originale, rischiando che chi legge solo l’edizione italiana creda che abbiamo sbagliato noi? Mettiamo una nota a piè pagina che nota pedantemente ciascun errore? Li correggiamo senza dire nulla, perché la pedanteria è una brutta cosa e sappiamo tutti cosa intendeva Collins? Però così magari leviamo un dettaglio caratteriale e lo facciamo diventare un perfezionista infallibile invece di un essere umano con i suoi limiti e le sue umane fallibilità.

Al tempo stesso, magari certi errori non sono neanche colpa di Collins, visto che al testo ci hanno messo mano anche altri. Nella prefazione lo dice lui stesso, citando “Roger Straus III, il mio amabile e comprensivo curatore; e Terry Pietroski, che si è rovinata tanti fine settimana trasformando la mia scrittura a zampa di gallina in ordinate pagine dattiloscritte”. Può anche darsi che chi ha dattiloscritto la sua “scrittura a zampa di gallina” abbia introdotto errori e refusi di cui Collins era innocente, soprattutto se si è trattato di decifrare una scrittura, appunto, “a zampa di gallina”.

Cosa più importante, servono le conoscenze storiche del periodo (o quelle mediche, chimiche o spaziali) per accorgersi di questi errori e dire “ehi, aspetta, qui qualcosa non mi torna” mentre si traduce. A quanto pare, né Collins né i suoi editori hanno mai notato questi sbagli. Di certo non li hanno mai corretti, visto che ci basiamo sull’edizione più recente del libro.

Se Collins dice una fesseria imbarazzante, che facciamo?

Collins scrive che la Casa Blanca, in Porto Rico, dove lui ha abitato per qualche tempo da giovanissimo, è “generalmente riconosciuta come l’abitazione più antica dell’Emisfero Occidentale”. Detta come va detta, è una fesseria un tantinello razzista: come se i popoli già presenti nelle Americhe prima dell’arrivo di Colombo non avessero mai costruito abitazioni. E infatti la storia della Casa Blanca è molto diversa e tocca andare a investigarla per poi decidere cosa fare di questo scivolone.

Collins scrive che nel 1964 non ci furono voli spaziali, ma non è vero: ci fu la Voskhod 1 sovietica. Suona un po’ tanto come un “esistiamo solo noi, gli altri non contano”.

Anche qui, cosa facciamo? A volte è necessario ricorrere a delle soluzioni creative.

Dubbi di ittiologia in un libro di spazio

Carrying the Fire parla di spazio, Luna, astronauti, aviazione: servono quindi persone competenti in questi campi per tradurlo, giusto? Sbagliato. Servono anche esperti di pesca. Collins entra nei dettagli dei suoi hobby: “I split my time between Florida and Boston, doing some watercolor painting, and fishing a lot in both places. I have a tiny paddleboat from which I gather snook in the south and striped bass in the north”.

Che pesce è uno striped bass? E lo snook?

Che ci vuole, basta guardare sul dizionario, no? No. Perché secondo i vari dizionari striped bass è la spigola, il branzino, il basso, il persico spigola, il basso a strisce. Qual è quello giusto? Si va su Wikipedia in inglese e si guarda il nome scientifico: Morone saxatilis. Che Wikipedia in italiano chiama persico spigola. Sarà lui? Ci possiamo fidare di Wikipedia? Mandiamo al diavolo tutto e traduciamo semplicemente “vado a pesca nel nord e nel sud del paese”? Tanto è un libro dedicato allo spazio, cosa gliene frega al lettore dei persici o bassi o quello che sono? Ma la pignoleria è un tarlo tipico dei traduttori, e così si va a frugare nei siti dedicati alla pesca finché si trovano foto di striped bass, che corrispondono alle immagini di persici spigola in siti di pesca italiani, e quindi si decide: persico spigola sia (via Mastodon, dopo la pubblicazione iniziale di questo articolo, arriva la conferma e scopro l’esistenza di Fishbase, incredibile database terminologico multilingue di pesci).

Tempo necessario per tutto questo: un paio d’ore, discussione compresa. Benissimo! Risolto. E adesso ripetiamo tutta questa gioiosa esperienza con lo snook. Odiavo la pesca già prima.

Dubbi di ittiologia, seconda parte

2023/08/18 11:20. Aggiungo questa chicca emersa poche ore fa durante la revisione: Collins, parlando della sua missione Gemini, descrive la bellezza di vedere il getto dei motori nello spazio (la sua capsula, per motivi complicati da spiegare qui, ha dei motori potenti davanti a sé, cosa rara): “...the generalized glow emanating from the Agena’s engine is clearly visible and is quite pretty as it radiates out several feet before fading into blackness. It appears more platinum than the golden color I recall. As with a dying dolphin, the colors fade rapidly…”.

Cosa c’entra il delfino morente i cui colori sbiadiscono in fretta? Non ho mai sentito parlare di questa cosa dei delfini che perdono colore rapidamente quando muoiono. Anzi, i delfini solitamente non sono manco colorati da vivi (con poche eccezioni). Cosa vuol dire tutto questo? Mi sfugge qualche significato? Una metafora? Una citazione poetico-letteraria? Un refuso?

Grazie a San Google scopro l’arcano. Alcuni pesci hanno i cromatofori, che sono cellule della pelle di cui possono comandare il colore. Da morti non le comandano, per cui diventano grigie. Ma il delfino non è un pesce: è un mammifero. Non ha i cromatofori. Quindi?

Quindi salta fuori, con un po’ di ricerca ulteriore, che per motivi insondabili, in inglese americano la parola dolphin indica due tipi di creatura acquatica. Una è il delfino come lo conosciamo comunemente: questo.


Ma in inglese americano c’è anche un pesce che viene chiamato dolphinfish, e che i pescatori, maledetti loro, abbreviano comunemente in dolphin. Cosa mai potrebbe andare storto?

Questo è un dolphinfish, Coryphaena hippurus. In italiano si chiama lampuga o corifena cavallina o mahi mahi. Un pesce che raggiunge il metro di lunghezza. Molto colorato, che diventa grigio quando muore. A-ha!


Il mistero delle parole di Collins è quindi risolto: metteremo lampuga. Ma leggendo la voce di Wikipedia in italiano dedicata a questo pesce scopro questa chicca finale, che mi commuove perché mi immedesimo totalmente nella situazione (il grassetto l’ho aggiunto io):

Nell'inglese americano, un nome comune per questa specie è dolphinfish, spesso abbreviato dai pescatori semplicemente in dolphin, termine che genera facilmente confusione con i delfini, i noti mammiferi marini, anch'essi chiamati appunto dolphins. Inganno in cui è stata tratta anche la pur eccellente traduttrice Fernanda Pivano, che nella versione italiana de Il vecchio e il mare descrive appunto il protagonista che, in breve tempo, issa a bordo un "delfino" e lo mangia completamente, impresa in cui assai difficilmente un solo uomo anziano riuscirebbe con un vero delfino.

Ci sarei cascato anch'io. Anni fa, in Florida, mi rifiutai di andare a mangiare in un noto ristorante perché vidi sul menu esposto fuori che servivano "dolphin".

Riferimenti culturali

Come spieghiamo una long distance call a una generazione che non sa cosa voglia dire pagare per una telefonata nazionale in base alla distanza?

Come spieghiamo ai lettori chi o cosa era Queeg in “This little Queeg-like quirk had nothing to do with the Agena, but was simply an attempt to strengthen my hands”? O chi era Walter Mitty? O chi era l’inaffondabile Molly Brown? Ai tempi di Collins, le citazioni erano attualissime e intuitive per chi leggeva, ma oggi?

Giochi di parole latini

Nel parlare dello stress di avere sempre i giornalisti addosso (specialmente per le mogli degli astronauti) e dei contratti di esclusiva con alcune testate che furono fatti all’epoca, Collins fa un gioco di parole in latino: Sic transit media. Ma media è plurale, e quindi il verbo dovrebbe essere transeunt. Però se lo correggiamo, a parte il falso storico, si perde molto l’assonanza con il modo di dire sic transit gloria mundi.

Che facciamo? Se lasciamo l’originale, i latinisti penseranno che abbiamo lasciato o introdotto una scemenza? Esistono dei latinisti che leggono autobiografie di astronauti?

Barzellette e giochi di parole scurrili

E per finire questa prima, piccola infornata, due casi piuttosto scurrili che sconsiglio alle anime candide.

Il primo è questo: parlando dei giornalisti, Collins nota che facevano sempre domande ficcanaso, tipo questa ai bambini piccoli: “How did Mom feel when Dad was up?”. Nota che una volta “An astronaut wife I know, when asked this by a female reporter, blinked a time or two and then deadpanned, “Honey, how do you feel when your husband is up?” End of interview.” Si capisce il gioco di parole? E come diavolo lo rendiamo in italiano? Abbiamo trovato una soluzione, ma sarà efficace?

Il secondo caso richiede una premessa piuttosto lunga: Collins, a proposito dell’espressione “in the barrel” usata per indicare il turno di visite per le pubbliche relazioni che ogni astronauta doveva sobbarcarsi, dice solo che derivava da una barzelletta sconcia di Alan Shepard (ma non dice quale) e per questo motivo non potevano spiegare in pubblico la sua origine e si erano inventati la scusa che avesse a che fare con l’espressione “shooting fish in a barrel”. Come rendere in italiano tutto questo, considerato oltretutto che “in the barrel” ricorre parecchie volte nel libro?

Tocca andare a caccia di barzellette sconce anglosassoni, e grazie alla vastità dell’umano sapere racchiusa in Internet emerge l’origine della storia del barile. Riassumo la barzelletta (è sconcia, vi ho avvisato): in una comunità rurale di uomini rudi, nell'unica taverna c'è da bere e da mangiare, ma manca un’altra cosa importante. Un nuovo arrivato chiede a un veterano: “Per il sesso come fate?” Il veterano risponde: “Vai dietro la taverna, c’è un barile con un buco, infilaci l’uccello e vedrai”. Il novellino, dapprima scettico, alla fine cede e prova. Riceve il sesso orale migliore di tutta la sua vita. Il giorno dopo, ringrazia il veterano. “Di niente” risponde lui “usa pure il barile quando vuoi per le prossime tre settimane, ma poi basta”.

“Perché?” chiede il nuovo arrivato.

“Perché alla quarta settimana tocca a te stare dentro il barile”.

Ecco, ora non resta che trovare l’equivalente italiano di tutto questo (dai commenti vedo il suggerimento dei “turni di botte”). E altro ancora. Con buona pace di tutti quelli che “eh ma oggi basta usare DeepL”.

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