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Il Disinformatico

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2016/01/16

La Stampa ruba un articolo al New York Times. E lo traduce pure con i piedi

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Pubblicazione iniziale: 2016/01/16 10:37. Ultimo aggiornamento: 2016/01/16 17:30.

Se foste voi a prendere un articolo di un giornale e ripubblicarlo pari pari, senza neanche un accenno alla fonte, verreste additati come ladri, violatori del diritto d’autore, affossatori del legittimo lavoro delle redazioni dove la gente si guadagna da vivere con il sudore della fronte e le dita sulla tastiera.

Se poi prendeste questo articolo rubato e gli schiaffaste su un bel logo Creative Commons per dire “prendete e mangiatene tutti, siamo generosi, moderni e cool”, i tesserati dell’Ordine dei Giornalisti vi apostroferebbero probabilmente come anarchici che commettono un esproprio proletario prendendo il lavoro altrui, svilendone il valore e distribuendolo abusivamente alle masse, come quegli sfigati di Wikipedia che col Creative Commons hanno ammazzato i venditori di enciclopedie. Seguirebbero lettere di avvocati e richieste di risarcimento spezzagambe. Perché il copyright è una cosa seria e il giornalismo è un mestiere sacro.

Ma se lo fa La Stampa, allora va bene?

Guardate questo articolo de La Stampa [v. aggiornamenti], intitolato Un “vulcano” largo più di 50 mila chilometri, pubblicato nella sezione Tuttoscienze. Non nella sezione Oroscopi o nella sezione Chi ha mostrato le tette questa settimana per farsi conoscere: nella sezione scientifica del giornale, dove ci si aspetta di trovare fatti rigorosi, scienza esatta, le ultime grandi scoperte (se non volete regalare clic a La Stampa, consultate la copia che ho archiviato presso Archive.is).

Già la didascalia della figura, “Il sito Tartaruga Pits sulla dorsale medio-atlantica, composto da tumuli sulfurei e «camino» che sputa fumo”, puzza di copiato e tradotto coi piedi. Davvero un sito in mezzo all’Atlantico si chiama Tartaruga Pits? Metà in italiano e metà in inglese? Lasciamo stare l’italiano traballante del resto della didascalia.

E che dire di quel paragone nel primo paragrafo, “cingendo il globo come la cucitura di un pallone da baseball”? Fra tutti gli sport che possono venire in mente a un giornalista italiano per fare un paragone, proprio l’americanissimo baseball? Non c'è per caso uno sport un po’ più nazionale dove si giochi con un pallone dotato di cuciture? Per non parlare del fatterello che il baseball non si gioca con un pallone.

L’articolo de La Stampa è insomma chiaramente una traduzione, ed è una traduzione fatta con le parti meno nobili dell’anatomia del giornalista quadratico medio. Davvero La Stampa affida articoli a gente che non sa neanche che non si gioca a baseball con un pallone? E che non si chiede cosa possano mai essere i “cavi che lampeggiano”? Questa è la gente che secondo La Stampa dovrebbe spiegarci la scienza.

Il risultato è che la redazione di Tuttoscienze ci propone nel titolo un “vulcano” più largo del diametro della Terra.

Il resto dell’articolo è un bagno di sangue: roba da consumare una matita blu, con figure lasciate in inglese, punteggiatura seminata a caso, unità di misura non convertite (“780 gradi”) e ortografia pseudocasuale (geofisca, nel Oceano Pacifico, i suo i complessi processi, un equipe, eccetera).

Ma soprattutto l’articolo de La Stampa è copiato pari pari da questo articolo del New York Times, intitolato The 40,000-Mile Volcano (archiviato qui su Archive.is). Confrontate i primi tre paragrafi. Questo è l’originale del New York Times:

Picture a volcano. Now imagine that its main vent extends in a line. Now imagine that this line is so long that it runs for more than 40,000 miles through the dark recesses of all the world’s oceans, girding the globe like the seams of a baseball.

Welcome to one of the planet’s most obscure but important features, known rather prosaically as the midocean ridges. Though long enough to circle the moon more than six times, they receive little notice because they lie hidden in pitch darkness. Oceanographers stumbled on their volcanic nature in 1973. Ever since, costly expeditions have slowly explored the undersea world, which typically lies more than a mile down.

The results can make the visions of Jules Verne seem rather tame.


E ora la versione de La Stampa:

Immaginate un vulcano. Ora immaginate anche che il suo «sfiato» principale si estenda su una linea. E poi ancora, immaginate che questa linea corra per circa 65 mila chilometri attraverso gli angoli remoti di tutti gli oceani del mondo , cingendo il globo come la cucitura di un pallone da baseball.

Benvenuti al cospetto di una delle caratteristiche più oscure ma anche più importanti del pianeta. Con un termine alquanto prosaico, parliamo di «dorsali oceaniche». Abbastanza estese da poter circondare la Luna almeno sei volte, queste peculiarità non sono messe mai in grande risalto dagli scienziati, forse perchè riguardano un mondo nascosto nell’oscurità degli abissi. Gli studiosi hanno scoperto la natura vulcanica di queste parti nell’ormai lontano 1973. Da allora costosissime spedizioni hanno seguitato ad esplorare l’universo sommerso, a circa due chilometri di profondità.

I risultati di queste ricerche farebbero apparire le «visioni» di Giulio Verne quanto meno banali.

Il resto dell’articolo de La Stampa è copiato allo stesso modo. Non è questione di ispirazione parallela, di idee spontaneamente convergenti, di due narrazioni della stessa notizia: è proprio copiato. Senza ma e senza se, ma soprattutto senza cervello.

Adesso, infatti, si spiega quel Tartaruga Pits. Non è che un’oceanologa italiana, mentre lavorava nella zona, ha avuto una storia di bollente passione con un collega dagli addominali scolpiti e ha deciso d’immortalarne la memorabile anatomia battezzando così il sito: è la traduzione (a metà) di Turtle Pits. A La Stampa danno lavoro a gente che traduce i nomi propri. Meno male che non è un articolo sul teatro scespiriano, altrimenti ci troveremmo di fronte a una dissertazione sulle opere di Guglielmo Scuotilancia e del suo celebre Villaggetto ambientato in Danimarca.

Leggendo l’articolo originale del NYT si spiega anche l’assurdità del titolo italiano: il vulcano si estende lungo 40.000 miglia. Non è “largo” 50.000 chilometri. Fra l’altro, 40.000 miglia non sono 50.000 chilometri come scrive La Stampa, ma almeno 65.000; dipende se sono miglia terrestri o marine. E i “cavi che lampeggiano” sono “cables that flash the readings to shore”. Ossia trasmettono a terra i propri rilevamenti. Senza lampeggiare, si presume.

Ciliegina sulla torta, che fa La Stampa? Dopo aver rubato il lavoro altrui ci schiaffa sopra un bel logo Creative Commons, che dice che l’articolo è libero per usi non commerciali ma non sono ammesse opere derivate e bisogna indicarne la paternità. In altre parole: non fate a me quello che io ho fatto agli altri.

Questo, insomma, è il modo in cui oggi a La Stampa qualcuno ritiene di poter fare giornalismo: rubando il lavoro altrui, spacciandolo per proprio, traducendolo col deretano e appiccicandogli una licenza abusiva. Ironia della sorte, questo accade proprio pochi giorni dopo che La Stampa, con gran pompa e orgoglio, ha nominato una “garante dei lettori”, Anna Masera, alla quale potete rivolgervi per “commenti e critiche che riguardano le notizie e gli approfondimenti che il giornale pubblica su carta e su Internet”. Per come conosco Anna, questo sfacelo non è avvenuto di certo con il suo assenso: anzi, se qualcuno voleva sabotare il suo nuovo incarico non poteva far di meglio.

Adesso vediamo come reagirà La Stampa. Accetto scommesse.


2016/01/16 11:40


Anna Masera ha tweetato di essere al corrente della mia segnalazione. @DavideDenti mi segnala che ora sono state inserite in grassetto nell’articolo de La Stampa le parole “come riporta il New York Times”. Come se questo facesse sparire gli errori di traduzione e legittimasse la copia pari pari dell’articolo originale.


Ho mandato una mail a Margaret Sullivan, public editor del New York Times, e a scitimes@nytimes.com, chiedendo chiarimenti.


2016/01/16 17:40


L’articolo de La Stampa è stato riscritto da cima a fondo. Sparita la didascalia con il suo impagabile Tartaruga Pits. È comparso un paragrafo in cui si ringrazia “per la segnalazione della mancanza della fonte da cui è stata ripresa questa notizia: l’edizione online del New York Times.

A dire il vero la segnalazione non lamentava una semplice mancanza di fonte, ma pazienza. Speriamo che sia stata imparata la lezione: copiare e tradurre male non è giornalismo. Strano che questa lezione sia ancora oggi da imparare in una redazione di giornale, ma così pare. Chi volesse vedere com’era l’articolo prima che i lettori segnalassero il fattaccio può consultare la copia su Archive.is. Internet non dimentica.

2016/01/15

Podcast del Disinformatico del 2016/01/15

È disponibile per lo scaricamento il podcast della puntata di oggi del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera. Buon ascolto!

Gioca a Jurassic World sull’iPad e spende oltre 5000 euro

Giocare a un giochino gratuito e trovarsi in bolletta 4000 sterline (circa 5780 franchi, 5290 euro) è una di quelle esperienze che cementa per sempre il rapporto padre-figlio. È quello che è successo in Inghilterra a Mohamed Shugaa, che vive nel West Sussex, che ha scoperto che suo figlio Faisall, di sette anni, aveva memorizzato le sue password dell’iPad e del suo Apple ID e li aveva usati per giocare a Jurassic World, facendo in tutto 65 acquisti all’interno del gioco gratuito nel corso di cinque giorni a dicembre scorso, senza rendersi conto che i Dino Bucks, i soldi virtuali usati nel gioco, vengono poi convertiti in soldi veri, per un totale appunto di 4000 sterline.

Il padre sapeva che il figlio era in grado di accedere al suo iPad, ma non era consapevole che Faisall sapesse anche la sua password di Apple ID e soprattutto si chiede come faccia Apple a pensare che qualcuno possa consapevolmente spendere migliaia di sterline per acquistare dinosauri virtuali e aggiornare un giochino, e non mandi all’utente un avviso o ponga un limite di spesa.

Più in generale, la Federal Trade Commission statunitense ha pubblicato un’infografica (immagine qui accanto) che mette in guardia i genitori su quello che possono fare le app: raccogliere nomi e indirizzi dei bambini, far spendere soldi veri anche se l’app è gratuita, includere pubblicità discutibili, collegarsi ai social network e altro ancora. Non sono, insomma, semplici giochini da scegliere e affidare ai bambini senza pensarci troppo.

Per prevenire queste situazioni conviene prendere alcune precauzioni, come per esempio attivare il sensore d’impronta del dispositivo, se presente; creare un account iTunes separato per il figlio, senza associarlo a una carta di credito e usando invece una tessera prepagata; non mostrare le proprie password a nessuno, neanche ai familiari; e naturalmente tenere d’occhio l’estratto conto della propria carta di credito.

Per fortuna la disavventura della famiglia Shugaa è finita bene: è riuscito a convincere l’assistenza clienti di Apple ad annullare la fattura, visto il suo importo davvero elevato. Ma non è detto che vada sempre bene, specialmente se la cifra in gioco è meno elevata.


Fonti: Sophos.

Nuove frontiere dell’Internet delle Cose: il termometro rettale “social”

So che adesso va di moda condividere tutto e connettere tutto a Internet, e magari sono io che sono troppo all’antica, ma forse c'è un limite che non andrebbe superato: Ditemi voi: è proprio necessario un termometro da collegare al telefonino per condividere la propria temperatura orale, ascellare o rettale?

Secondo la casa produttrice del termometro “smart” Kinsa, sì, è necessario e socialmente utile. Questo dispositivo è una sonda sottile che si collega allo smartphone, che viene usato per visualizzare la temperatura e memorizzarla. I dati raccolti possono essere poi condivisi online tramite un’app gratuita.

Se vi state chiedendo quale sia l’utilità sociale di condividere la propria temperatura personale, Kinsa risponde dicendo che il prodotto offre la possibilità di “vedere cosa circola nel vicinato o nella scuola del tuo bambino”. Francamente faccio fatica a immaginarmi una collettività di genitori che ogni mattina ficca lo smartermometro in bocca al pargoletto e posta online la febbriciattola del giorno, ma con certi genitori esibizionisti e iperprotettivi non si può mai dire.

Un aspetto che ha creato una certa divertita perplessità a proposito del termometro social è il fatto che la sua app chiede accesso alle informazioni di posizione, alle fotografie e soprattutto al microfono dello smartphone. I maliziosi hanno messo in relazione la richiesta del microfono con una delle modalità di utilizzo del termometro, ma in realtà l’accesso al microfono è necessario perché il termometro trasmette i propri dati tramite la presa per cuffie e microfono del telefonino. Benvenuti nell’Internet delle Cose.

Bimbo dice di sentire le voci di notte in cameretta: stavolta è vero

Ricordate quando eravate bambini e vi mettevano a letto nella vostra cameretta e nella semioscurità ogni forma sembrava un mostro e faceva paura? Io ero particolarmente ossessionato da una vestaglia appesa dietro la porta della mia stanza: avrei giurato di averla vista muoversi tante volte.

Immaginate ora che vostro figlio venga a raccontarvi che ha paura perché di notte sente delle voci in camera sua. Probabilmente pensereste che se lo sta sognando o che sta manifestando la naturale paura infantile di restare solo. Dev’essere quello che hanno pensato Jay e Sarah, i genitori di un bimbo di tre anni negli Stati Uniti, quando il piccolo ha raccontato che sentiva le voci. Fino al momento in cui le hanno udite anche loro provenire dall’interno della cameretta: Sarah è entrata e ha sentito una voce dire “Svegliati bambino, papà ti sta cercando”.

Possessioni demoniache? No, semplicemente un baby monitor troppo tecnologico e insicuro. Oggi sono molto diffuse le versioni Wi-Fi di questi dispositivi per sorvegliare a distanza i bambini mentre dormono e sentire se piangono o hanno bisogno, e soprattutto vanno di moda le versioni bidirezionali, dove non solo si può vedere e ascoltare il bimbo ma si può anche parlare con lui.

Nel caso di Jay e Sarah, il baby monitor era accessibile da Internet a causa di una configurazione insicura e qualcuno lo ha scoperto (non è difficile) e ha cominciato a chiacchierare con il bambino.

Se avete dispositivi di questo genere, ricordate dunque di cambiare la loro password predefinita e di configurarli in modo che non siano accessibili dall’esterno e tenete aggiornato il loro software di gestione (spesso questi dispositivi vengono venduti con difetti di sicurezza che vengono corretti in seguito). Oppure lasciate perdere le soluzioni hi-tech e procuratevi un baby monitor tradizionale, che funziona via radio e non è così vulnerabile semplicemente perché non consente di parlare al bimbo.


Fonte: KDVR.

Antibufala: le celebrità muoiono a gruppi di tre

La scomparsa nel giro di pochi giorni di David Bowie e Alan Rickman ha riproposto una delle dicerie più menagramo: quella secondo la quale le persone famose muoiono a gruppi, specificamente a gruppi di tre. C'è sempre qualcuno che lo fa notare, e una volta che l’ha fatto è quasi impossibile fare a meno di notare che è vero. O meglio, sembra vero.

Visto che sembra poco plausibile che le celebrità si mettano d’accordo su quando morire o muoiano per così dire per simpatia o solidarietà, cosa c’è dietro questo fenomeno? Per capirlo bisogna partire dai fatti, come ha fatto qualche tempo fa il New York Times andando pazientemente a compilare le date di decesso delle persone famose nell'arco di quasi venticinque anni, dal 1990 al 2014.

In quel periodo sono morte 449 celebrità e 75 di queste sono morte a distanza di tre giorni l’una dall’altra: una terna di decessi nel giro di cinque giorni è avvenuta soltanto sette volte, che è grosso modo quello che prevede il caso.

Il fenomeno dunque non ha una base reale, però noi lo percepiamo lo stesso, perché tendiamo a ricordare le coincidenze che ci colpiscono emotivamente (come appunto la scomparsa di una persona famosa) e a dimenticare le non coincidenze. In questo caso specifico contano molto anche i criteri di selezione: per esempio, quanti giorni possono passare al massimo fra un lutto e l’altro di una terna? Tre? Cinque? Sette?

E chi decide se una persona è celebre o no? Per esempio, René Angelil, morto a 73 anni il 14 gennaio, era una celebrità? Se il nome non vi è familiare, era il marito di Celine Dion. Il New York Times aveva usato come criterio la lunghezza del necrologio pubblicato dal giornale: chi veniva ricordato con più di 2000 parole era considerato celebre. Ma è chiaramente un criterio arbitrario, che per esempio ha escluso Amy Winehouse.

Il fenomeno, insomma, lo creiamo noi, selezionando inconsciamente i dati e adattando i criteri in modo che i dati diano il risultato voluto; probabilmente è un modo per dare un valore magico, consolatorio, alla scomparsa di persone che hanno avuto un ruolo importante nella vita di molti. Ricordiamocelo la prossima volta che qualcuno tira fuori la storia delle terne di lutti celebri.


L’iPhone ricorda un po’ troppo bene dove siete stati? Fateglielo dimenticare

I servizi di localizzazione degli smartphone sono molto utili, ma a volte possono essere un po’ troppo pettegoli e ficcanaso. Per esempio, se li tenete attivi usando le impostazioni standard dell’iPhone, chiunque riesca a mettere le mani per qualche istante sul vostro telefonino (un partner sospettoso, per esempio) può consultare un registro dettagliato dei posti che avete visitato.

Questo registro si consulta andando in Impostazioni - Privacy - Localizzazione - Servizi di sistema (l’ultima voce in fondo) - Posizioni frequenti. Qui si trova una cronologia che elenca le principali città o località che avete visitato, con tanto di data, indirizzo e orario di arrivo e di partenza.

Apple spiega le ragioni di questo tracciamento così: “il dispositivo iOS memorizzerà i luoghi che hai frequentato di recente, la frequenza con cui li hai visitati e la data della tua visita, per individuare le posizioni per te più significative. Tali dati vengono conservati unicamente sul tuo dispositivo e non vengono inviati ad Apple senza il tuo consenso. Verranno usati per fornirti servizi personalizzati, come suggerimenti sugli itinerari.” Niente di male, per carità; l’importante è saperlo e poter decidere se accettarlo o no.

Se questo genere di registro dei posti che avete visitato non vi piace o non vi serve, potete cancellarlo toccando Cancella cronologia in fondo all’elenco dei posti visitati e potete spegnerlo disattivando l’opzione Posizioni frequenti. Questo non altererà il funzionamento delle app che usano le funzioni di localizzazione, come per esempo Mappe o Trova il mio iPhone.

2016/01/14

Aggiornamenti di sicurezza per Android: troppo lenti anche con i Nexus di Google

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Ci sono dodici falle di sicurezza da turare in Android: cinque consentono l’esecuzione di codice da remoto o l’accesso di root. Una di queste falle, la CVE-2015-6636, consente di iniettare malware nel dispositivo tramite un file, che può essere incluso in una pagina Web, una mail o un MMS, e va corretto con un aggiornamento già disponibile.

L’annuncio di queste falle e dell’aggiornamento disponibile è nel bollettino di sicurezza di gennaio su Android.com, che risale al 4 gennaio (dieci giorni fa). Ma sul mio telefonino Android Nexus 5X, che monta Android 6.0.1 e in teoria dovrebbe ricevere gli aggiornamenti direttamente da Google (è per questo che l’ho scelto), questo aggiornamento è arrivato soltanto stamattina.

È normale: stando alle info di supporto di Google, “possono volerci fino a due settimane” prima che un aggiornamento raggiunga uno specifico dispositivo. Una finestra di vulnerabilità decisamente ampia. E questo è il livello di servizio che ha chi riceve gli aggiornamenti diretti da Google; non oso immaginare quanto a lungo rimane scoperto chi deve dipendere dall’intermediazione del proprio operatore/venditore per gli aggiornamenti. Un aspetto da non trascurare quando si tratta di investire in uno smartphone.

Avrei potuto forzare l’aggiornamento usando una delle varie procedure pubblicate online, ma mi sembra assurdo dover spendere così tanto tempo e risorse mentali per un semplice aggiornamento di uno smartphone. Da questo punto di vista, il mio esperimento con il Nexus di Google è una delusione.

Per chi volesse controllare lo stato di aggiornamento del proprio Android, nella versione 6.0 e successive si va in Impostazioni - Info sul telefono - Aggiornamenti di sistema e in Verifica la presenza di aggiornamenti e in Impostazioni - Info sul telefono - Livello patch di sicurezza.




Scoperte le onde gravitazionali? Andiamoci piano

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Probabilmente avete sentito in giro la “notizia” della presunta scoperta delle onde gravitazionali: le perturbazioni dello spaziotempo che secondo la teoria della relatività generale verrebbero prodotte quando due corpi celesti di grandissima massa, per esempio due stelle di neutroni, si avvicinano ed entrano in collisione. È una previsione di Einstein ancora da confermare e come tale un’eventuale conferma sarebbe roba da Nobel garantito.

Ora si è diffusa la voce che un esperimento, il LIGO (Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory), abbia rilevato queste onde. Ma è soltanto una voce: specificamente, tutto si basa su due tweet del fisico Lawrence Krauss, che ha detto di aver avuto un’indiscrezione anticipata sui risultati del LIGO che confermerebbe l’osservazione delle onde. Krauss stesso ha precisato che è un rumor, ossia una voce, e poi ha aggiunto che la voce è confermata ma che non ha parlato con nessuno dei ricercatori del LIGO.

In altre parole, la credibilità scientifica della “notizia” per ora è zero. Se le onde gravitazionali sono state davvero osservate, lo sapremo per certo quando i ricercatori pubblicheranno un articolo scientifico. Fino a quel momento abbiamo a che fare semplicemente con aria fritta e con l’entusiasmo prematuro di un fisico. Se volete tutti i dettagli, Science ha pubblicato un buon sunto della situazione.


Aggiornamento (2016/02/11 22:10): L’articolo scientifico è finalmente uscito e quindi ora non si tratta più di una semplice voce non confermata, ma di una grande notizia. È il momento di stappare una buona birra alla salute di Einstein e dei ricercatori ai quali dobbiamo questa nuova finestra sull’Universo.


2016/01/13

Aggiornamenti di sicurezza per Microsoft e Adobe Acrobat

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È disponibile il bollettino di sicurezza di gennaio di Microsoft, che segnala falle critiche in Silverlight, Windows (varie versioni), Office, Internet Explorer, Edge e altri prodotti software. Almeno due di queste falle sono sfruttabili dagli aggressori semplicemente convincendo gli utenti a visitare una specifica pagina Web. Gli aggiornamenti correttivi sono disponibili secondo la consueta procedura di Windows Update.

Inoltre Adobe ha pubblicato il proprio bollettino di sicurezza di gennaio, che allo stesso modo segnala falle critiche in Acrobat che vanno corrette subito installando gli appositi aggiornamenti come descritto nel bollettino.

Considerato che moltissimi attacchi basati su Cryptolocker e simili sfruttano dei PDF infetti che colpiscono gli utenti sfruttando falle di Acrobat, non è il caso di aspettare ad aggiornarsi.




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